martedì , 20 febbraio 2018
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Armi chimiche dalla Siria: l’Albania ha detto “No”.

L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) è da giorni impegnata a trovare un Paese disponibile ad accettare sul suo territorio gli arsenali chimici siriani per procedere al loro smantellamento. La distruzione delle armi, per la prima volta, non verrà effettuata in loco: la guerra ancora in atto impedisce di raggiungere gli standard di sicurezza che una operazione così delicata, di fatto, richiederebbe.

Damasco ha accettato che le sue armi vengano distrutte all’estero (ponendo come una condizione quella di non trasferire le armi negli Stati Uniti) e il comando militare siriano ha già studiato e sottoposto all’OPAC i piani per un trasferimento delle stesse via terra. Le armi chimiche, che si troverebbero presso Damasco e Homs, dovrebbero essere trasportate da mezzi scortati attraverso il porto di Tartus (sede della base navale russa) fino a Latakia, porto vicino alla Turchia.

Dopo aver effettuato inutilmente pressioni su diversi governi, Washington sembrava aver avuto maggiore successo con Tirana, tanto che già ad inizio novembre il quotidiano russo “Kommersant” aveva riferito della disponibilità albanese, evidenziando la sensibilità del Paese balcanico alle richieste statunitensi. “A differenza dei Paesi dell’Unione Europea”, dichiarò al quotidiano Andrei Baklitskiy, nelle vesti di esperto del Pir Center di Mosca, “l’Albania è sensibile agli incentivi, anche materiali, per ammettere agenti tossici sul proprio territorio”, dove peraltro nel 2007/08 vennero distrutti gli arsenali di iprite ereditati dal regime comunista di Enver Hoxha. L’Albania è stato anche il primo Paese nella storia a completare pienamente il processo di disarmo chimico, distruggendo circa 16 tonnellate di gas.

A Tirana però, fin dalla scorsa settimana, si respirava aria di protesta e di contestazione pubblica: gli ambientalisti di AKHIL ed altri attivisti della società civile avevano cominciato a riunirsi per protestare (di fronte all’ambasciata americana e al Parlamento) contro la possibile decisione del governo socialista di Edi Rama, chiedendo che venisse respinta ogni proposta relativa allo smantellamento delle armi chimiche siriane in Albania, sottolineando che una delle prime decisioni del nuovo governo insediato poche settimane fa era stata proprio quella di abolire la legge che permetteva l’importazione dall’estero di rifiuti.

In un crescendo di tensione e preoccupazione, nella giornata del 15 novembre, durante una conferenza stampa ufficiale, è così arrivato il tanto sospirato “no” di Tirana allo smantellamento in Albania. “Nonostante i vantaggi che avremmo avuto da questo accordo, l’Albania oggi non può dire di sì” ha concluso il premier albanese Rama. La risposta è giunta mezz’ora prima della ripresa dei colloqui de l’Aja alla sede dell’OPAC, in cui si discutono i piani per lo smaltimento dell’arsenale siriano.

Non rimane che attendere l’individuazione di un nuovo sito dove stoccare e smantellare le armi di Damasco. Ovunque debba essere eseguito, sicuramente il processo di distruzione delle armi chimiche sarà seguito dall’OPAC, che ha appena ricevuto il premio Nobel per la pace proprio per i suoi sforzi mirati a eliminare, nel mondo, gas velenosi e agenti nervini.

Nell’immagine alcuni contenitori facenti parte dell’arsenale chimico dell’Albania, di provenienza sovietica, distrutto negli scorsi anni (photo: Wikimedia Commons)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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