martedì , 14 agosto 2018
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Nell'immagine, proteste ambientaliste contro la corsa alle risorse nell'Artico (Photo © Greenpeace Switzerland, 2013, www.flickr.com

Artico, tra Russia e Danimarca: la risposta di Putin

Il 30% dei giacimenti di gas non ancora scoperti ed il 10% di quelli di petrolio. In aggiunta risorse ittiche ancora inesplorate e la possibilità di ridurre del 40% i tempi di percorrenza ed i costi delle rotte commerciali Asia-Europa (che tuttora transitano per il canale di Suez). L’Artico è una miniera che fa gola a molti. Anche alla Danimarca.

È notizia del 16 dicembre, infatti, la rivendicazione danese di un territorio nel Mar Glaciale Artico di circa 895.541 km2 (quasi 3 volte l’Italia), che include tra le altre cose anche il Polo nord. La rivendicazione è stata presentata alla UNCLCS (United Nations Commission on the Limits of the Continental Shelf) e si basa sull’art. 4 della UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea) che attribuisce ad un Paese il diritto a rivendicare diritti esclusivi sulla zona di mare compresa tra il proprio confine e 200 miglia nautiche (estendibili a 350 in caso si dimostri che la zona rivendicata sia il prolungamento della stessa piattaforma continentale di cui fa parte il territorio del Paese stesso). Diritto rivendicabile entro 10 anni dalla ratifica della UNCLOS (la Danimarca l’ha ratificata infatti il 16 dicembre 2004).

Queste le basi della rivendicazione danese, accompagnata da ricerche scientifiche volte a dimostrare che la dorsale montuosa di Lomonosov, su cui si trova il Polo nord, è un prolungamento della piattaforma continentale di cui fa parte la Groenlandia, territorio autonomo (così come le isole Fær Øer) del regno di Danimarca. Rivendicazione improvvisa? No. Nel 2008 i cinque Paesi rivieraschi del Mar Glaciale Artico (Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e USA) si erano riuniti a Ilulissat e in una dichiarazione congiunta (Arctic Council Declaration) si erano impegnati a discutere e collaborare per tutelare l’ambiente ed evitare dispute ed una progressiva militarizzazione dell’Artico.

Già dal 2009 però la Danimarca aveva cominciato a premunirsi. Prima, nel 2009, con il Fær Øer & Groenland Self-Government Act, che creava un equilibrio stabile tra autogoverno e diritti della corona danese su quei territori (sfruttamento delle risorse: la scelta spetta al governo locale, i benefici devono invece essere condivisi con gli altri cittadini danesi). Poi, poco più tardi con la “Strategia del Regno di Danimarca per l’Artico, 2011-2020” in cui, pur riaffermando di voler rispettare integralmente la dichiarazione di Ilulissat e di voler mantenere inalterato l’equilibrio paritetico tra il Regno e la Groenlandia, stabiliva chiaramente il proprio obiettivo: affrontare le future sfide nell’Artico, ma anche beneficiare delle nuove opportunità.

Una strategia che prevedeva anche notevoli investimenti sulla ricerca, finalizzati alla rivendicazione del dicembre 2014, puntualmente avvenuta. Una mossa che, pur con tutte le rassicurazioni di rito, non potrà non avere strascichi. Il territorio rivendicato si sovrappone a quello già rivendicato dalla Norvegia, ed a quello che il Canada ha intenzione di rivendicare. Ma soprattutto si sovrappone a quello rivendicato (non ancora ufficialmente) dalla Russia di Putin. Mosca ritiene infatti che la dorsale montuosa di Lomonosov sia un prolungamento della piattaforma continentale siberiana, e che quindi i diritti esclusivi su tali territori appartengano di diritto alla Russia.

Le reazioni non si sono pertanto fatte attendere. “I confini marittimi vengono stabiliti tramite accordi bilaterali, non dalla CLCS, che è un organo scientifico e non politico”, ha affermato il Ministro russo per le risorse naturali, Sergey Donskoy. È poi probabile che la Russia decida di cautelarsi presentando un’analoga rivendicazione alla CLCS, in cui rivendicare diritti su un territorio di circa 1,2 milioni di km2. Avrebbe tempo fino a marzo 2015.

Nel frattempo Vladimir Putin ha deciso anche di cautelarsi a modo suo. Malgrado la dichiarazione di Ilulissat e l’impegno a non aumentare la presenza militare nell’area, a partire dal luglio 2014 Mosca ha dato il via a numerose esercitazioni nell’Artico. Solo il preludio ad un più intenso dispiegamento nell’area. Mosca ha dato infatti il via alla costruzione di nuove basi sull’isola di Wrangel (considerata riserva naturale), sull’isola di Kotielny ed a Cape Schmidt (vecchia base missilistica), dove verrà costruito un aeroporto.

Le tre nuove basi, insieme a quelle esistenti, andranno a costituire un imponente dispositivo militare definito la “Stella del Nord”. Intanto la flotta del Nord viene potenziata con nuovi sottomarini nucleari (tipo Yasen) e viene riattivata la base di Alakurtii (3mila uomini), a pochi km dal confine con la Finlandia. Azioni in contrasto con le dichiarazioni ufficiali e con gli accordi internazionali. Come in Crimea, come in Ossetia ed Abkhazia. Ognuno rivendica a modo suo.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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