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Azerbaijan: l’importanza strategica non calpesti i diritti

Con il deterioramento dei rapporti con Mosca in seguito all’invasione dell’Ucraina, ridurre la dipendenza energetica dalla Russia è diventata una priorità assoluta per l’UE e l’Occidente in generale. Un’opzione per perseguire questa strategia è importare idrocarburi da altri produttori. Questa necessità comporta un’accresciuta importanza strategica dell’Azerbaijan, attraverso il cui territorio fluisce il cosiddetto corridoio meridionale che trasporta gli idrocarburi estratti dal Mar Caspio verso la Turchia e l’Europa Occidentale. Quando si parla di Azerbaijan, l’altro tema caldo di cui si discute, talvolta in relazione alle questioni energetiche, è il (mancato) rispetto dei diritti umani e degli standard democratici.

La repubblica transcaucasica è uno dei Paesi più autoritari d’Europa ed in genere occupa insieme alla Bielorussia le ultime due posizioni dei ranking europei riguardanti democrazia e diritti umani. L’approccio delle istituzioni internazionali e ancor di più degli Stati europei e nord americani è tuttavia molto più duro verso Minsk che verso Baku. Mentre il regime di Lukašenko è soggetto a sanzioni (la cui efficacia viene spesso criticata da molti esperti), l’Occidente tende a dimostrarsi molto più morbido verso il regime di Aliyev.

Un approccio criticato da molti esperti che ritengono che sia più l’Azerbaijan ad avere bisogno dell’Europa che non viceversa. Infatti se è vero che l’Europa ha bisogno del gas azero, è anche vero che l’Azerbaijan ha bisogno di nuovi clienti europei. L’economia azera poi non riesce a trarre grande beneficio dalle esportazioni di idrocarburi, a causa della corruzione diffusa. Per riformare l’economia azera sarebbe molto utile una cooperazione con l’UE che andasse al di là dell’ambito energetico.

Negli ultimi mesi si è registrato un peggioramento della situazione. Il think tank European Stability Initiative ha pubblicato recentemente una lettera aperta a 125 membri ed ex membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE). Nella lettera l’ESI fa notare come dopo la bocciatura di una risoluzione sulla questione dei prigionieri politici azeri da parte dell’assemblea nel gennaio 2013, si sia verificata un’ondata di arresti ai danni di attivisti e giornalisti indipendenti. La lettera invita il Consiglio d’Europa a prendere misure per contrastare la situazione.

L’attuale contesto però non lascia ben sperare, anche perché il prossimo 14 maggio l’Azerbaijan assumerà la presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. I lavori della più importante organizzazione internazionale europea per la tutela della democrazia e dei diritti umani verranno così coordinati da un regime autoritario che al momento ha più prigionieri politici che mai. Un Paese con un governo tale non potrebbe neanche far parte del Consiglio d’Europa: ulteriore testimonianza delle doppie misure che l’Occidente assume nei confronti di Azerbaijan e Bielorussia (unico Paese europeo a non far parte del Consiglio d’Europa).

Thomas de Waal, celebre storico del Caucaso, ha pubblicato la settimana scorsa un articolo sul Carnegie Moscow Center sull’arresto di Rauf Mirkadirov e dei coniugi Arif e Leyla Yunus una settimana dopo. Si tratta di tre giornalisti che lavoravano per il progetto Public Dialogs, uno dei pochi progetti armeno-azeri per la società civile rimasti ancora operativi. L’accusa sarebbe quella di spionaggio per conto del governo armeno. De Waal fa notare come l’accusa sia ridicola visto che i giornalisti armeni che partecipano al progetto sono oppositori della presidenza di Sargsyan (rieletto l’anno scorso con evidenti irregolarità).

Lo studioso ritiene che l’unica spiegazione plausibile per questa recrudescenza sia la convinzione del governo di Baku che dopo la crisi ucraina l’Azerbaijan sia diventato indispensabile per l’Occidente e quindi immune alle critiche. Proprio l’Europa invece, in un momento in cui si trova alle prese con una Russia autoritaria ed aggressiva, non può permettere che l’attuale situazione rafforzi un altro regime autoritario nel proprio vicinato. Ne verrebbe palesemente lesa la sua credibilità, già fortemente messa in dubbio, in Azerbaijan come altrove, da tutte le situazioni in cui la democrazia è stata sacrificata sull’altare della stabilità.

Nell’immagine, proteste davanti all’ambasciata azera a Londra dopo l’arresto del giornalista Eynulla Fatullayev (© English PEN, 2010, www.flickr.com)

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Laurea triennale in lingue all'Università Ca' Foscari Venezia. Laurea magistrale in scienze internazionali all'Università di Torino. Master al Collège d'Europe, sede di Varsavia, con una tesi sulla politica dell'UE riguardo i conflitti di Abkhazia e Ossetia Meridionale. Dopo gli studi ho svolto uno stage presso il Consiglio dell'Unione Europea e adesso vivo a Breslavia (Wrocław), in Polonia, e lavoro per la Hewlett Packard Enterprise e nel tempo libero faccio volontariato per Wrocław 2016 - Capitale Europea della Cultura. Mi interesso dell'EaP e di altri temi che riguardano l'Europa Centrale, i Balcani e lo spazio post sovietico.

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