giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © Sebastiaan ter Burg, 2011, www.flickr.com

Azerbaijan: sono i diritti il prezzo per la stabilità?

Lo scorso 20 gennaio ricorreva il 25° anniversario del Gennaio Nero di Baku, quando l’esercito sovietico intervenne per stroncare il Fronte Popolare, organizzazione che si batteva per l’indipendenza, la democrazia e l’unità dell’Azerbaijan. Negli anni del crollo dell’URSS simili episodi avvennero anche in altre città sovietiche. Fu l’inizio doloroso del percorso di democratizzazione. Dalle dichiarazioni del Presidente azero Aliyev durante i viaggi in Occidente, il percorso sembrerebbe completato con successo. Pochi giorni fa in una conferenza stampa seguita all’incontro con Angela Merkel a Berlino ha dichiarato: “In Azerbaijan sono attivi molti organi di stampa, l’accesso a internet è illimitato, non vi è alcuna censura, è garantita la libertà di organizzare eventi e le manifestazioni pacifiche avvengono senza alcun tipo di limitazioni.”

Aliyev si presenta inoltre come un affidabile alleato dell’Occidente in questo momento difficile in cui la democrazia è minacciata dall’autoritarismo aggressivo di Putin e dal radicalismo islamico. Grazie a lui l’Europa potrebbe ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia e contare su un leader musulmano moderato e amico di Israele. La realtà è ben diversa. Gli intellettuali dell’ala moderata del Fronte Popolare come Leyla Yunus e decine di altri dissidenti sono in carcere. L’Azerbaijan è 160° nel ranking per la libertà di stampa. Ultimamente, inoltre, gli esponenti del regime hanno adottato una retorica antioccidentale che ricorda quella di Putin e dei suoi alleati europei di estrema destra e sinistra. Recentemente, Ramiz Mehdiyev, capo dell’amministrazione presidenziale ha pubblicato un documento in cui analizza il “nuovo ordine internazionale”. Si parla di dietrologie ben note, secondo le quali le Primavere Arabe e le Rivoluzioni Colorate non sono altro che complotti orditi dalla CIA.

Il rapporto, inoltre, accusa l’Occidente di usare nozioni come diritti umani e democrazia per destabilizzare l’Azerbaijan attraverso il sostegno a ONG e organi di stampa. Un’accusa ricorrente nei confronti dei giornalisti indipendenti è quella di essere spie armene. A seguito di numerosi arresti, oramai non è rimasto niente della second track diplomacy, indispensabile per trovare una soluzione pacifica al conflitto del Nagorno Karabakh. Al suo posto, Aliyev fomenta lo sciovinismo con una retorica aggressiva e nazionalista che gli fa guadagnare popolarità. Ultimamente poi, comincia a diffondersi un altro elemento. Lo scorso 12 ottobre, a un anno dalle elezioni presidenziali che videro il trionfo di Aliyev (condito da palesi irregolarità), l’opposizione liberale è riuscita ad organizzare una piccola manifestazione. Durante l’evento un uomo ha esposto la bandiera nera dell’ISIS prima di essere arrestato. Alcuni degli organizzatori hanno denunciato l’accaduto come una chiara provocazione. Usare l’estremismo islamico come pretesto per mettere a tacere gli oppositori laici è una strategia usata da più di vent’anni in Asia Centrale. In questo momento in cui è diffusa la percezione dell’estremismo islamico come di una creazione della CIA per spodestare “presidenti scomodi”, la strategia può attirare molte simpatie.

In realtà l’Azerbaijan non è terreno fertile per l’estremismo islamico. Nel Paese da millenni convivono pacificamente religioni diverse. A facilitare la diffusione dell’estremismo è stata paradossalmente la politica di Aliyev. Il Paese è uno dei più corrotti d’Europa, come dimostrato dalle inchieste di Khadija Ismayilova, new entry della lunga lista dei prigionieri politici. Ciò che rimane dell’opposizione liberale propone di risolvere la questione riformando il Paese sul modello europeo, rendendolo una democrazia e un’economia governata da forze di mercato, non da parentele e agganci. La maggior parte delle figure di alto profilo che la pensano così, però, sono dietro le sbarre.

In questa situazione l’odio interetnico e, gradualmente, il radicalismo islamico, che fa della lotta alla corruzione un cavallo di battaglia, rischiano di diventare valvole di sfogo del malcontento. Un malcontento per ora limitato. Nonostante le diseguaglianze, la spesa pubblica derivante dalla vendita di idrocarburi permette di comprare il consenso. Il ruolo strategico del Paese, però, potrebbe ridimensionarsi molto rapidamente. La riconciliazione tra Occidente e Iran, ad esempio, potrebbe sconvolgere gli equilibri regionali. In tal caso la situazione potrebbe sfuggire di mano. L’Europa spesso preferisce la stabilità alla democrazia e a ciò si deve l’approccio timido verso le repressioni di Aliyev, è però sicura che il regime di Baku sia sinonimo di stabilità?

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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