lunedì , 19 febbraio 2018
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Boko Haram: l’ashtag #bringbackourgirls suona la sveglia

Jama’atu Ahlul Sunna Lidda’awati Wal Djihad, la comunità dei discepoli della tradizione dell’Islam per la diffusione della guerra santa, e Boko Haram sono la stessa cosa, ma pochi lo sanno. Il secondo nome è stato dato alla comunità dagli abitanti di lingua haoussa del Nord-Est della Nigeria e significa letteralmente “l’educazione occidentale è un peccato”: da “book”, in Inglese libro e “haram” che in arabo significa proibito.

Si può dire dunque che il rapimento delle 276 ragazze di un liceo di Chibok, lo scorso 14 aprile 2014, il giorno degli esami di fine anno, sia come la concretizzazione di uno degli obiettivi fondanti di Boko Haram. Le donne non sono fatte per studiare secondo Aboubakar Shekau, leader del movimento jihaidista dal 2009, ma per servire e riverire l’uomo, loro marito e padrone legale. Nel primo video diffuso al riguardo da Boko Haram, Shekau dice chiaramente che le ragazze saranno vendute e inizieranno la loro onorabile vita da serve.

Perché dunque l’indignazione internazionale arriva così tardi? Perché la copertura mediatica è maggiore ora di quanto poteva essere due settimane fa? La risposta sta nell’impossibilità, da parte del governo nigeriano di Jonathan Goodluck, di gestire l’escalation di violenze e guerriglia provocata dai seguaci di Boko Haram. L’opinione pubblica nigeriana sembra invece essersi arresa di fronte all’evidenza di un fenomeno terribile che diventa sempre più pervasivo: i bambini vanno a scuola e non tornano più. Gli attacchi di Boko Haram contro gli istituti scolastici si sono di molto intensificati negli ultimi mesi e hanno causato troppe vittime innocenti.

Davanti all’impotenza del governo ed alla disperazione delle madri delle ragazze, tutt’ora nascoste in un luogo segreto, probabilmente in Ciad o Camerun, è stato un avvocato nigeriano, Ibrahim M. Abdullahi, a lanciare il primo tweet #bringbackourgirls, il 23 aprile scorso. La questione è diventata in breve tempo, come doveva esserlo, di importanza mondiale. Malala Yousafzai, Hillary Clinton, Michelle Obama e altri personaggi dello stardom statunitense ma non solo, hanno, tramite Twitter e altri social network, reso questa vicenda un dramma umano, sul quale tutti gli utenti del web, chi più chi meno consapevolmente, si sono interrogati.

E l’Unione Europea? Si è dimostrata la solita grande assente, capace di dar sfoggio del preambolo del meraviglioso Trattato sull’Unione Europea e della Carta dei Diritti fondamentali solo quando si raggiungono accordi commerciali con i Paesi del Terzo Mondo. Nel comunicato stampa del Consiglio Affari Esteri di lunedì 12 maggio, si legge che il Consiglio ha espresso la sua “[…] condanna nei confronti delle uccisioni indiscriminate e del rapimento di più di 200 studentesse per mano di Boko Haram […]”. Ha anche affermato che “[…] l’Unione e gli Stati membri supportano la Nigeria affinché ponga termine a questo crimine abominevole, protegga i suoi cittadini e sconfigga il terrorismo in ogni sua forma […] mentre l’Unione approva l’intenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di prendere provvedimenti contro Boko Haram”.

Parole quindi, che lasciano come sempre ampio margine di manovra all’iniziativa degli Stati membri: Regno Unito e Francia (insieme agli Stati Uniti) si sono già mobilitati per offrire aiuto e supporto allo Stato nigeriano che però, fino alla settimana scorsa, secondo Le Monde, ha sempre risposto in modo interlocutorio. L’ONU ha contemporaneamente dato vita al progetto Safe School, Scuola Sicura. Il progetto, presentato dall’ex Primo Ministro inglese Gordon Brown il 7 maggio 2014, inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Istruzione, prevede il controllo degli istituti scolastici da parte di guardie di sicurezza e lo stanziamento di 7 milioni.

Le prossime settimane saranno decisive per cercare una soluzione: il 12 maggio il governo nigeriano ha ricevuto un’offerta da parte dei vertici di Boko Haram tramite un video che mostra una parte delle ragazze, circa 130, vestite con l’hijab, in un luogo non identificato. Le ragazze, quelle che non sono riuscite a fuggire durante il rapimento, si sono “spontaneamente” convertite all’Islam spiega nel video Aboubakar Shekau. Lo stesso Shakau chiede poi la liberazione dei componenti detenuti del movimento in cambio del rilascio delle ragazze. Il ministro dell’Interno Abba Moro ha rifiutato categoricamente: “Boko Haram non può dettare condizioni”. Sarà necessario un altro hashtag per dare a questa vicenda l’importanza che merita?

Photo: © Michael Fleshman, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Francesca Gennari

Emiliana, Europeista, Entusiasta. Appartengo alla specie libris famelica, amo viaggiare e nel tempo "libero" frequento il Collegio di merito Bernard Clesio, il secondo anno presso la facoltà di Giurisprudenza di Trento e il terzo presso Université Paris 13 nell'ambito del programma doppia laurea. Sogno una Costituzione per l'Europa e credo che fare parte della Redazione della Rivista Europae sia fondamentale per arrivare a questo traguardo.

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