mercoledì , 15 agosto 2018
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Bosnia: il fallimento. Füle torna a Bruxelles senza accordo

Macchine incendiate, urla, rabbia. La sensazione che si respira nelle strade di Sarajevo è quella di un Paese in guerra, in guerra con sé stesso. Eppure, nonostante il clima sempre più teso e il pericolo di violenze, i politici bosniaci sembrano non volersi risvegliare dal proprio torpore. Nessun segnale di buona volontà.

L’ennesimo fallimento. Lunedì, mentre a Sarajevo si teneva il plenum, con il quale i manifestanti si organizzano e delineano il proprio progetto, i rappresentanti dei maggiori partiti bosniaci non sono stati in grado di trovare un accordo. Da ormai quattro anni si discute della necessità di riformare la Costituzione, in modo tale da rendere possibile anche ai cittadini bosniaci che non rientrano nei gruppi croato, serbo o bošnjaco, di godere pienamente dei propri diritti civili.

Risale infatti al 2009 la sentenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo che, appoggiando il ricorso di due cittadini bosniaci, uno di etnia rom e l’altro ebraica, ha dichiarato razzista la Costituzione. Da allora l’Unione Europea, nella persona del Commissario per l’Allargamento e le Politiche di Vicinato Štefan Füle, ha fatto pressione sul Paese per una riforma del sistema elettorale e istituzionale, peraltro necessaria per snellire il farraginoso sistema governativo bosniaco.

In quattro anni si sono susseguiti numerosi incontri, trattative e discussioni, fino all’ultima di questa settimana. Dopo più di nove ore, Štefan Füle si è arreso. Ha sfruttato ogni mezzo a sua disposizione per raggiungere l’agognato accordo, senza alcun risultato. Si è dichiarato deluso e rammaricato perché, un’altra volta ancora, la Bosnia non ha saputo cogliere l’occasione.

Come Füle ha spiegato ai giornalisti in conferenza stampa, l’attuazione della sentenza Sejdic-Finci è materia molto concreta: in primis, perché tocca direttamente i diritti dei cittadini che in questi giorni rivendicano attenzioni e tentano in tutti i modi di scuotere i propri politici. In secondo luogo, l’attuazione della sentenza è un passo necessario senza il quale la Bosnia non può proseguire il proprio cammino verso l’UE. Scegliendo di non rispettare la sentenza della Corte, il Paese perderà importanti finanziamenti e non si renderà credibile agli occhi degli investitori, rimanendo così in una situazione economica e politica molto difficile. Il mancato accordo sulla riforma non è da leggere come un fallimento, ma come il fallimento, per quattro motivi principali:

  1. Primo, la BiH è ancora legata al passato. I sospetti e le accuse reciproche di “volere il potere” fra i tre principali gruppi nazionali (bošnjaci, croati e serbi) non sono diminuiti, anzi, sembrano ritornare più forti che mai ogni volta che si cerca di toccare il delicato sistema di governo statale.
  2. Secondo, non c’è volontà di cambiare e neanche il coraggio di tentare una nuova strada, come più volte ribadito dal team del commissario Štefan Füle. Serve coraggio per superare gli accordi di Dayton, che misero fine alle atrocità della guerra degli anni’90 e nei quali è racchiusa anche la Costituzione bosniaca, e per voltare pagina.
  3. Terzo, così com’è adesso, la Bosnia Erzegovina è un Paese non democratico. Si è concentrato così tanto sui tre principali gruppi nazionali da dimenticare l’esistenza di tutte le altre minoranze (ebrei, rom, ungheresi…) senza garantire loro i diritti fondamentali.
  4. Quarto, la situazione interna è esplosiva. Proteste, manifestazioni, gente arrabbiata, scontri con la polizia. Insomma, un Paese bloccato. Non è sufficiente come spinta a trovare un accordo anche per una sola riforma, un primo timido segnale positivo verso i cittadini?

Se i politici di oggi hanno fallito ancora, una flebile speranza risiede nei plenum, cioè nelle riunioni di cittadini dove sembra essere risorta la società civile bosniaca. L’augurio è che il fallimento odierno serva da lezione ai politici di domani che, perché no, potrebbero iniziare il proprio attivismo politico proprio dalle discussioni in seno ai plenum. La Bosnia ha bisogno di volontà e di coraggio per costruirsi un futuro: qualità che non appartengono ai suoi attuali governanti.

Nell’immagine, una foto del periodo della guerra (© Ulicar Street, www.flickr.com)

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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