martedì , 14 agosto 2018
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Consiglio Affari Esteri: la crisi siriana di nuovo al centro del dibattito

Nella nevosa mattinata di lunedì 11 marzo, si è svolta a Bruxelles la 3230esima sessione del Consiglio Affari Esteri, presieduta come di consueto da Lady Catherine Ashton. I 27 ministri degli esteri si sono trovati a discutere un’agenda a trecentosessanta gradi, che spaziava dal partenariato strategico UE-Russia alle relazioni con il Giappone senza tralasciare la situazione in Nord Africa, e, soprattutto, la questione siriana.

Il fatto più rilevante della sessione di ieri è stato senza dubbio l’intervento dell’inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, invitato a discutere di persona la situazione siriana con i ministri degli esteri dell’UE. All’uscita del palazzo Justus Lipsius, Brahimi ha dichiarato ai giornalisti che la Siria è ormai fuori controllo e «assomiglia sempre più alla Somalia di qualche anno fa». L’inviato speciale per la Siria ha ripetuto ancora una volta che la soluzione alla crisi siriana deve essere fondata su un compromesso politico pacifico, appoggiando quindi la linea europea di puntare sull’apertura di uno spiraglio di dialogo tra le forze dell’opposizione e il regime di Assad. Come ha avuto cura di sottolineare più volte la stessa Ashton durante la conferenza stampa «l’unica soluzione possibile per la crisi siriana è di tipo politico» e, a questo fine, l’Unione Europea è pronta ad aumentare gli aiuti alla popolazione siriana e a fornire il proprio sostegno all’opposizione. Già durante il vertice del 18 febbraio, i 27 ministri degli esteri avevano parzialmente allentato l’embargo sulle armi contro Damasco in modo da poter fornire «non-lethal support and technical assistance» per la protezione dei civili, rinnovando però le sanzioni per altri tre mesi. Alla fine dell’incontro di ieri, il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha tuttavia dichiarato senza mezzi termini che la questione dell’embargo contro la Siria dovrà essere ridiscussa al più presto, se non si vuole lasciare che lo sbilanciamento delle forze in campo porti al «massacro di un’intera popolazione». L’esitazione di americani ed europei a rimuovere l’embargo risponde in parte al timore che le armi possano finire nelle mani di gruppi terroristi.

Tuttavia, sembra che negli ultimi mesi un’altra considerazione stia guadagnando terreno non solo a Washington, ma anche nelle capitali europee: l’idea che la componente jihadista in seno all’opposizione siriana sia meglio armata ed equipaggiata della controparte laica e nazionalista e che rischi dunque di esercitare una maggiore influenza. In questo contesto si inseriscono le voci, confermate dal New York Times1, secondo cui negli ultimi mesi l’Arabia Saudita avrebbe finanziato l’acquisto di ingenti quantità di armi croate risalenti alla guerra in Jugoslavia per poi consegnarle ai ribelli vicini all’Esercito Libero Siriano. Questa fuga di notizie mette ovviamente in imbarazzo Zagabria, che ha approvato l’embargo europeo sulle armi, e non costituisce certo il migliore biglietto da visita per un paese che dovrebbe entrare nell’Unione Europea il primo luglio 2013. Le autorità croate hanno tuttavia smentito categoricamente la notizia.

Tornando alla riunione di ieri, i 27 ministri degli esteri hanno anche provveduto a prolungare fino al 13 aprile 2014 le sanzioni contro l’Iran per la violazione dei diritti umani. I ministri hanno inoltre discusso estensivamente i vari aspetti del partenariato UE-Russia, dando prova di una forte unità di intenti. In particolare, i ministri degli esteri hanno confermato il proprio comune interesse a collaborare in maniera costruttiva con Mosca al fine di approfondire il partenariato strategico nelle aree di mutuo interesse. Il Consiglio ha però anche ricordato alla Russia l’importanza di rispettare gli impegni presi in materia di «democratic rights and freedom». Infine, durante la riunione di ieri i ministri hanno fatto il punto sulla situazione in Nord Africa, in seguito ai recenti sviluppi in Egitto, Libia e Tunisia. In particolare, Lady Ashton ha sottolineato come l’Unione Europea sia determinata a fare tutto il possibile per assistere il delicato processo di transizione politica in Egitto, Libia e Tunisia, pur riconoscendo che «transition is never easy». Per quanto riguarda l’Egitto, ciò che preoccupa maggiormente è il continuo deteriorarsi della situazione socioeconomica del paese e l’incertezza diffusa a proposito delle prossime elezioni. Per questo motivo, L’UE si impegna a favorire il dialogo tra tutte le forze politiche e a far sì che, più in generale, non venga meno la fiducia degli egiziani nel processo democratico.

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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