domenica , 18 febbraio 2018
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Cooperazione allo sviluppo: il New Deal per la Somalia

L’Unione Europea stima che la Somalia, di cui è il maggiore donatore internazionale, si appresti ad effettuare il delicato passaggio da una fase di transizione ad una fase di stabilizzazione, che comprenda i processi di democratizzazione e state-building, così come il rafforzamento delle strutture di sicurezza e del sistema economico: tale nuova fase richiede un riadattamento delle politiche di cooperazione, le cui priorità devono infatti essere riviste sotto una prospettiva che abbandoni il carattere “emergenziale” a cui si fa ricorso nelle situazioni di crisi, a favore di una strategia di sviluppo fondata sulla sostenibilità nel lungo periodo. La convinzione che la lunga (il collasso dello Stato risale al 1991) transizione si stia progressivamente stabilizzando nasce dal fatto che, come ricordato dall’italiano Michele Cervone d’Urso, Inviato Speciale dell’UE per la Somalia, a partire dall’insediamento del nuovo governo nel settembre 2012 sono stati riscontrati notevoli progressi negli indicatori umanitari e di stabilità politica, così come nella lotta alla pirateria e nella cooperazione tra governo centrale ed autorità regionali.

Il processo di riadattamento delle politiche di cooperazione è stato dunque alla base della Conferenza di Alto livello “A New Deal for Somalia”, organizzata congiuntamente da UE e Somalia e tenutasi a Bruxelles il 16 settembre con la partecipazione delle delegazioni di 50 Paesi, oltre al presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud e a rappresentanti di Unione Africana, Banca Mondiale, Organizzazione della Conferenza Islamica e Lega Araba. Per l’UE, presenti la Ashton, Barroso, Van Rompuy ed il commissario per lo Sviluppo Andris Piebalgs.

Nel periodo 2008-2013, l’Unione Europea ha stanziato 1,2 miliardi di aiuti per il Paese, di cui 521 milioni per lo sviluppo e 697 milioni per la sicurezza. Mentre i fondi per lo sviluppo, erogati attraverso lo European Development Fund, sono indirizzati principalmente alle aree della governance (formazione di personale legale ed amministrativo, rafforzamento delle forze di polizia), dello sviluppo economico (sistemi di irrigazione, programmi di conservazione ambientale) e dell’educazione (accesso all’istruzione primaria, formazione degli insegnanti), i fondi per la sicurezza vengono in parte stanziati alla AMISOM (African Union peace enabling Mission to Somalia) ed in parte impiegati in tre missioni CSDP: la Military Training Mission (EUTM), la EU Naval Force (EU NAVFOR) e la EUCAP NESTOR.

Il framework della cooperazione UE-Somalia, secondo quanto illustrato nel corso della Conferenza di Bruxelles, sarà per i prossimi tre anni quello del “Somali Compact” (o “New Deal Compact”), che, oltre ad impegnare l’UE allo stanziamento di 650 milioni, prevede nuove priorità settoriali e nuovi meccanismi di coordinamento (in particolare attraverso la creazione della Somalia Development and Reconstruction Facility). Il Compact per la Somalia si inserisce nel contesto del “New Deal for Fragile States”, programma formulato dall’International Dialogue on Peace Building and State Building (IDPS) e sottoscritto dall’UE a Busan nel 2011, nel corso dell’OECD High Level Forum for Aid Effectiveness. Imperniato sul principio della “partnership”, tale programma consente ai Paesi che ricevono aiuti internazionali di collaborare con i donatori alla fase di elaborazione dei progetti di sviluppo e di mantenere la titolarità dell’implementazione degli stessi, al fine di garantirne una maggiore efficacia ed al contempo di consentire lo sviluppo di autonome strutture di amministrazione politica ed economica a livello nazionale e di evitare il rischio di incentivare la dipendenza dagli aiuti esterni.

Con l’implementazione del New Deal for Fragile States (che dovrebbe essere esteso a dieci stati “pilota” nel periodo 2014-2020), l’Unione Europea si conferma dunque un attore dinamico ed innovativo (spesso avanguardista) in materia di politiche di cooperazione internazionale: se la valutazione dal punto di vista del “policy input” non può che essere positiva, resta però da valutarne l’efficacia in termini di “policy output”. Nel caso della Somalia, che nel 2013 risulta ancora al primo posto del Failed State Index elaborato annualmente dal Fund for Peace, non si tratterà di un compito facile.

In foto, stretta di mano fra Catherine Ashton e il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud (© European Union, 2013)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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