mercoledì , 21 febbraio 2018
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Crimea: un referendum dalla legittimità “confusa”

Se le conseguenze pratiche del referendum del 16 marzo in Crimea sono ormai abbastanza chiare, rimangono ancora numerosi dubbi circa le conseguenze giuridiche di tale evento. Un punto di vista impaziente ed una frettolosa analisi di quanto successo porterebbero a pensare che la secessione dall’Ucraina sia un dato di fatto, indiscutibile ed incontrovertibile. In realtà la questione è notevolmente più complessa. Le posizioni circa la legittimità giuridica del referendum sono molte e tutte da trattare con estrema delicatezza poiché ognuna in grado di provocare profondi scossoni all’intera Comunità Internazionale. Tante potrebbero essere infatti, nel lungo termine, le conseguenze di tale evento.

La prima tipologia di posizione in merito al referendum è quella che si può chiamare dei legittimisti”, ovvero di chi è convinto che il referendum sia legittimo, in quanto libera espressione del popolo della penisola di Crimea, riconducibile quindi al diritto all’autodeterminazione. Questa posizione è quella ad esempio del governo russo, che per voce del proprio Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha fornito a supporto, come esempio, il caso del Kosovo: “se questa ex regione della Serbia ha dichiarato nel 2008 unilateralmente la propria autonomia non c’è ragione per negare lo stesso diritto alla Crimea”. È lo stesso concetto espresso da chi sostiene una sostanziale somiglianza tra i due casi.

A ben vedere però ci sono ampie e notevoli differenze, enfatizzate da coloro che sostengono una seconda tipologia di posizione e che negano la legittimità del referendum e delle sue conseguenze. È la posizione dell’UE e ovviamente degli USA i quali, oltre a sottolineare le differenze con il caso del Kosovo, adducono motivazioni e considerazioni di diritto ben più solide rispetto alle motivazioni dei “legittimisti”.

In primo luogo il Kosovo ha dichiarato la proprio indipendenza dopo essere stato amministrato per alcuni anni dalle Nazioni Unite tramite UNMIK (istituita con la risoluzione 1244 del 1999 a seguito dell’intervento armato della Nato contro la Serbia di Milosevic), ottenendo quindi un’indiretta legittimità da parte dell’ONU. In secondo luogo, l’indipendenza del Kosovo non è stata guidata da una pressione esterna derivante da un Paese vicino (e potente) che puntava ad “inglobare” l’ex provincia serba a seguito del referendum. Nel caso della Crimea invece, la pressione politica – e solo formalmente non militare – della Federazione Russa è stata più che evidente.

Quanto detto porta a due importanti corollari. Il primo riguarda la violazione da parte di Putin del divieto di ingerenza negli affari interni di un altro Paese sovrano, il secondo porta a chiedersi in che misura il risultato del referendum sia stata conseguenza della presenza di “truppe filo-russe” che controllavano strade e seggi elettorali.

In terzo luogo, secondo l’impostazione giuridica di UE e USA, il referendum sarebbe stato valido se effettuato a livello nazionaleSarebbe stato quindi necessaria un’approvazione da parte dell’intero popolo ucraino circa la possibilità di privarsi di una parte di territorio. Questo in ottemperanza al rispetto dell’integrità territoriale previsto – tra le altre cose – sia dalla Costituzione Ucraina che dal “Memorandum di Budapest” del 1994, liberamente firmato anche dalla Federazione Russa, che prevedeva il rispetto dell’integrità del territorio ucraino.

In conclusione, se a prima vista questo tipo di analisi possano sembrare poco più che foglie di fico di fronte ad un evento che ormai si è consumato, in realtà quanto successo può provocare un cambiamento nella prassi internazionale, con pericolosi risvolti. Gli eventi delle ultime settimane potrebbero indirettamente incitare qualsiasi gruppo autonomista a decidere del proprio destino tramite un referendum oggettivamente anomalo e politicamente guidato da un altro Paese.

Ogni Stato sovrano del mondo è formato da minoranze che aspirano – più o meno concretamente – all’indipendenza. Incitare e legittimare tali movimenti intestini alla Comunità Internazionale può provocare qualcosa di simile alla totale anarchia. Ciò non significa negare l’autodeterminazione, anzi, semmai sostenere un’autodeterminazione che non sia strumentalizzata e guidata per ragioni politiche da una forza esterna. 

Nell’immagine, “l’ombra di Putin” su un muro di Belgrado (© Johnatan Davis, www.flickr.com)

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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2 comments

  1. Gianluca Farsetti

    Gentile La Volpe,

    concordo pienamente con quanto ha scritto ma vorrei precisare alcuni elementi. E’ vero che il diritto internazionale, per sua natura, è sottoposto a continui cambiamenti dovuti principalmente a comportamenti “più o meno legali” degli Stati. Proprio su questi comportamenti si modelleranno poi le future norme.
    Concordo anche su quanto detto circa la mancanza di copertura ONU per l’intervento in Kosovo (e in Iraq sia con le bombe del 1998 sia nel 2003), ma le violazioni delle norme di ius cogens da parte di Milosevic offrono un’apparenza di legalità dell’intervento Nato che il caso della Crimea non offre. L’intervento Nato in Kosovo non era autorizzato ed è un fatto innegabile, ma se si considera gli eventi avvenuti prima (presunta pulizia etnica) e poi( con la nascita di UNMIK e quindi autorizzazione e legittimazione ONU), allora l’intervento Nato diventa quasi una violazione “minoris generis” del DI. E’ chiaro che siamo su un terreno debole, però volevo solo evidenziare alcune differenze che secondo me fanno la differenza.

    Per quanto riguarda il referendum, è evidente che l’elemento che distingue i due casi è proprio la volontà, espressa anche prima del referendum, di rendersi indipendenti per essere poi assorbiti dalla Russia. Per non parlare delle tempistiche molto ristrette (il Kosovo dichiarò l’indipendenza nel 2008 dopo molti anni di amministrazione UNMIK) e della presenza di truppe “filo-russe”.

    In linea generale, la differenza in tali casi la fa sempre la volontà politica, ma la destrutturazione del diritto internazionale è qualcosa a mio parere di molto pericoloso, al di là di chi l’abbia iniziato.

    Grazie per il tuo interessante commento!

    Gianluca

  2. Le modifiche alla “prassi” sono state introdotte ormai da parecchi anni; è solo la naturale conseguenza degli eventi il fatto che, prima o poi, un Putin avrebbe compiuto questo tipo di operazione. La storia del diritto internazionale dal 1991 a oggi è costellata di sbagli e contorcimenti legalistici; e mi chiedo se la frase “Sarebbe stato quindi necessaria un’approvazione da parte dell’intero popolo ucraino circa la possibilità di privarsi di una parte di territorio” si sia applicata al Kosovo. La presenza della NATO in Kosovo poi non è una ingerenza militare e una pressione politica sul territorio? Il fatto che ci sia stato un esodo di profughi serbi dal Kosovo non ha inficiato la decisione del Kosovo di rendersi indipendente? Siamo d’accordo sul fatto che il precedente russo è diverso perché qui c’è anche una annessione politica; ma d’altronde i paesi occidentali hanno occupato militarmente Afghanistan e Iraq non proprio in accordo col diritto internazionale e l’ONU. Ovviamente non è questione di giustificare Putin, ma di rendersi conto che la disintegrazione del diritto internazionale è partita da parte NOSTRA quando la Russia era debole e la Cina molto meno potente; e nei prossimi anni ne coglieremo gli amari frutti. Per usare un’analogia calcistica, è come lamentarsi oggi del fatto che le squadre italiane non vanno avanti nelle coppe europee perché le squadre proprietà degli sceicchi e dei magnati petroliferi ci scippano i giocatori più forti, dopo che Berlusconi aveva inaugurato questo trend col Milan degli anni novanta…

    Articolo interessante e stimolante. Buon lavoro!

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