martedì , 14 agosto 2018
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Photo © arthur shuraev, 2015, www.flickr.com

Daghestan, Russia: il nuovo centro del terrore

Dalla Cecenia al Daghestan, cambia il centro del terrore. Il recente attacco al gruppo di turisti a Derbent è solo l’ultimo di una lunga serie. Segna però, essendo rivolto contro civili e non contro figure governative o religiose più o meno moderate, un’ulteriore evoluzione del terrorismo di matrice islamica nel Caucaso.

Il Daghestan

Il Daghestan è una delle repubbliche più eterogenee della federazione Russa: almeno 14 etnie, la più numerosa delle quali, gli Avari, non raggiunge il 30% della popolazione (i russi sono il 2,6%) e 34 lingue, col russo utilizzato come lingua franca ma sconosciuto a molti. Dal punto di vista religioso la popolazione (per l’82% musulmana) è apparentemente più omogena. Un dato che però nasconde ulteriori differenze.

Presenti gli sciiti, soprattutto in prossimità del confine con l’Azerbaijian, ma la tradizione del Daghestan è prevalentemente sunnita. Una tradizione introdotta, e sopravvissuta al materialismo di epoca sovietica, grazie al ruolo delle confraternite sufi, capaci prima di diffondere l’Islam, conciliandone i dettami con alcune credenze tradizionali, poi di mantenerlo vivo nel periodo sovietico.

A partire dagli anni ’90 però, al sufismo si sono gradualmente affiancate versioni più ortodosse (salafiti-wahhabiti), complici i finanziamenti provenienti dall’estero e gli stretti legami con la Cecenia, dove i wahhabiti si erano ritagliati un crescente ruolo (soprattutto durante la II^ guerra cecena). Versioni estreme che, divenute sinonimo di protesta contro tradizione e governo, si sono costruite un crescente seguito tra i giovani.

Terrorismo

La diffusione delle idee ortodosse ha portato, malgrado qualche tentativo di conciliazione, ad un inevitabile scontro con le confraternite sufi, criticate per il ruolo attribuito ai “padri fondatori” e per il “lealismo” verso le istituzioni. Ha però anche fornito un più ampio bacino di adepti per le organizzazioni terroriste di matrice islamica, nate alla fine degli anni ’90.

Le prime tra queste, Jennet e Shariat Jamaat (fine anni ’90 – inizi 2000) puntavano in realtà all’indipendenza del Daghestan e ad uno Stato basato sulla shari’a. Bersagli degli attentati erano pertanto il governo locale o le forze di sicurezza. Obiettivi rimasti invariati anche dopo l’adesione, nel 2007, all’Emirato del Caucaso di Dokku Umarov, con la Shariat Jamaat che diventava il braccio (o una provincia, il Vilayat Daghestan) di un’entità islamica estesa a tutto il Caucaso.

Daesh

I recenti attentati segnano invece una parziale svolta. Alla fine del 2014 infatti, il leader del Vilayat Daghestan, Rustam Asildarov, giura fedeltà all’ISIS e al califfo al-Baghdadi, ritirando quello prestato verso l’Emiro del Caucaso, Kebekov, successore di Umarov. Una scelta che, unita alla defezione del leader del Vilayat Cecenia (Aslan Byutukayev) ed all’uccisione dello stesso Kebekov e del suo successore da parte delle forze di sicurezza russa, ha irreversibilmente indebolito l’Emirato del Caucaso, assegnando ad al-Baghdadi la leadership del terrore anche nel Caucaso.

Una svolta annunciata nel luglio 2015 anche dall’ISIS, con la creazione della provincia del Caucaso, affidata proprio ad Asildarov, e non priva di conseguenze. Innanzitutto perchè conferma la nuova centralità del Daghestan, nella strategia del terrore, a dispetto della Cecenia. Cambia poi anche l’obiettivo, che dalle istituzioni viene esteso anche ai civili “infedeli”, prima parzialmente salvaguardati. Una svolta che rischia di far precipitare ulteriormente la situazione nel Daghestan, e che segna un parziale fallimento nelle strategie anti-terrorismo della Russia.

Sia i tentativi di esternalizzare il problema (non ostacolando il flusso dei “combattenti” verso la Siria e l’Iraq, pur di tenerli lontani) che le operazioni anti-terrorismo rappresentano infatti solo successi di breve termine. Se da un lato Mosca è infatti riuscita a diminuire il numero di attentati, dall’altro non ha trovato soluzione al problema del potenziale rientro dei foreign fighters ed al malcontento che continua a spingere i giovani tra le braccia degli estremisti. Malcontento alimentato dalle difficoltà economiche e proprio dai metodi utilizzati nelle operazioni anti-terrorismo, figli della legge speciale del ’98 (che autorizza la sospensione temporanea di alcuni diritti) e delle novità sperimentate in Cecenia, come la responsabilità collettiva e familiare per le azioni terroristiche del singolo (case dei familiari dei sospetti bruciate, isolamento e rastrellamento di interi villaggi).

Strategia che nel lungo termine non può sostituirsi del tutto al dialogo con le componenti religiose e civili (il governatore, uomo di Putin, è nominato anziché essere eletto) ed allo sviluppo economico, ma che anzi rischia di esasperare gli animi e permettere alle idee estremiste, viste come forma di protesta e ribellione, di prosperare. Già, nel lungo termine. Nel breve, e quindi in termini di consenso elettorale, i parziali successi delle operazioni anti-terrorismo interne ed esterne hanno molta più risonanza.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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