martedì , 14 agosto 2018
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Ucraina: Donbass, elezioni farsa preludio al conflitto congelato

La leadership di Zakharčenko e Plotnickij nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk ha cercato di darsi una parvenza di legittimità con le elezioni-farsa del 2 novembre. Queste elezioni non hanno rispettato alcuno standard democratico e costituiscono una grave violazione del Protocollo di Minsk e della sovranità dell’Ucraina. Il nono punto dell’Accordo prevede infatti lo svolgimento, il 7 dicembre, di elezioni locali nelle zone delle regioni di Donetsk e Lugansk controllate dagli eversivi in conformità con la legge sull’autogoverno, organizzate dal Comitato Elettorale Centrale Ucraino in presenza di osservatori internazionali dell’OSCE.

Niente di ciò è avvenuto. A monitorare le elezioni c’erano invece, come già nel referendum in Crimea, esponenti di diversi partiti di estrema sinistra ed estrema destra d’Europa, tra cui ungheresi di Jobbik, bulgari Ataka e altri piccoli partiti. Tra questi, però, anche quattro esponenti di Forza Italia. Le istituzioni ucraine non hanno gradito il gesto e l’ambasciatore a Roma, Yevhen Perelygin, ha inviato una lettera a Berlusconi chiedendogli di confermare la posizione del suo partito riguardo la non violazione dei confini in Europa. Ladislav Zamánek, esponente del movimento euroscettico ceco Democrazia Popolare, ha dichiarato che la missione è stata organizzata e finanziata da “parte russa”.

A Donetsk le liste in corsa erano due, Donbass Libero e Repubblica di Donetsk, che hanno ottenuto rispettivamente il 32 e 68%. In sostanza derivano entrambe dal movimento controrivoluzionario Antimaidan. I suoi esponenti sono per lo più ex agenti delle forze di sicurezza del vecchio regime legati alla destra squadrista. Ad alcune formazioni paramilitari, ad ex esponenti del Partito Comunista Ucraino ed all’ex autoproclamato governatore del popolo, Gubarev, non è stato consentito di registrare le proprie liste. A Lugansk le due liste ammesse sono state Pace per Lugansk (la base politica di Plotnickij) e Unione Economica di Lugansk (composta da imprenditori).

Per quanto riguarda la Presidenza, alla candidatura dei vincitori annunciati sono state affiancate quelle di altri esponenti di basso profilo, due a Donetsk e tre a Lugansk. L’elettore non aveva dunque alcuna possibilità di scelta concreta. Nelle due entità separatiste, le decisioni che contano vengono prese a Mosca e non sono sottoposte ad alcun controllo democratico. Il cambio di leadership è già avvenuto lo scorso agosto, con la decisione di richiamare a Mosca Igor Girkin “Strelkov” e Aleksandr Borodaj per affidare le entità, ormai affrancatesi dall’autorità di Kiev, a una leadership locale.

Più che la possibilità di far valere la propria voce, ad attirare gli elettori sono state le tessere sociali distribuite ai seggi, che garantiscono sconti per l’acquisto di prodotti alimentari e assistenza sanitaria gratuita. Il voto è avvenuto anche via internet senza un controllo efficace. Inoltre, le liste elettorali risalivano al 2012 e le schede erano stampate su semplici fogli. La totale irregolarità della tornata elettorale era evidente già dagli exit poll: dalla somma delle percentuali ottenute dai tre candidati presidenti a Donetsk risultava un’affluenza del 100,1%.

Nonostante la palese irregolarità, le elezioni sono state riconosciute da Russia e Ossetia Meridionale. Sono state invece accolte in maniera molto negativa nel resto del mondo. A Kiev si sta già pensando di revocare la legge sull’autogoverno provvisorio. La nuova lady PESC, Federica Mogherini, ha definito l’evento “una minaccia al delicato processo di pace”. Commenti negativi anche da Stati Uniti, ONU e altre organizzazioni internazionali.

L’effetto reale di questa tornata sarà quello di consolidare le due entità. Diventa sempre più realistico l’affermarsi dell’ennesimo conflitto congelato nello spazio post sovietico. Gli ucraini hanno capito di non poter contare su un auto militare significativo dalla NATO, che comunque non sarebbe bastato, in quanto il principale campo di battaglia è l’economia. In tal senso un programma di riforme radicali potrebbe avere nel breve periodo ricadute negative in termini di consensi, ma nel lungo termine potrebbe far cambiare opinione non solo all’elettorato di Donetsk, ma anche a quello di Mosca. In ballo non c’è solo la sorte dell’Ucraina, ma di tutta l’Europa.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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