lunedì , 19 febbraio 2018
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Economia e processo di pace: in Palestina la primavera è ancora lontana

Nonostante la primavera stenti a sbocciare a Bruxelles, proseguono a pieno ritmo i consueti incontri primaverili nella capitale belga. Tra questi l’Ad Hoc Liaison Committee (AHLC) per il coordinamento dei donatori verso l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) co-sponsorizzato da Unione Europea e Stati Uniti e tenutosi il 19 marzo.

A 10 anni dalla sua creazione, l’AHLC si è confermato come il principale meccanismo di ordinamento dell’assistenza all’ANP per favorire il rafforzamento delle sue istituzioni ed accompagnarla nel difficile cammino verso la creazione di un vero e proprio Stato palestinese. In quest’ottica, l’AHLC riveste un’importanza strategica per la realizzazione della soluzione dei due Stati nel quadro del processo di pace in Medio Oriente. Il Comitato, composto da 15 membri e presieduto dal Ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide, ha rivolto particolare attenzione alla gravissima situazione economica dell’ANP, dibattendo i risultati dei recenti rapporti stilati da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Nazioni Unite (NU).

Per comprendere appieno l’intricata situazione economica, sociale e politica dell’ANP è necessario un passo indietro nella tormentata cronologia dei negoziati di pace. area-a-b-c1Era il 1993 quando venivano conclusi gli accordi di Oslo tra Yasser Arafat, per conto dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e Shimon Peres, per conto dello Stato d’Israele. Tali accordi davano la luce all’ANP e prevedevano la divisione di Cisgiordania e Striscia di Gaza in tre zone. Cartina alla mano, questa divisione ha l’aspetto di un inestricabile rebus più che di una reale soluzione della questione arabo-israeliana. La zona A (in rosso nella cartina) è sotto la completa autorità palestinese e comprenden anche l’intera Striscia di Gaza; la zona B (in grigio) è sotto il controllo amministrativo palestinese mentre la sicurezza è di responsabilità israeliana; la zona C (in verde chiaro all’interno del perimetro) è invece di totale responsabilità israeliana. Se parlare di frammentazione del territorio è un eufemismo, il riferimento alla soluzione dei due Stati appare pura follia. Contiguità territoriale e piena sovranità su di esso sono infatti condizioni fondamentali per l’affermarsi di uno Stato.

L’UE ha ripetutamente denunciato la creazione di insediamenti israeliani nei territori di competenza palestinese che ha ripercussioni pesantissime sulla realizzazione degli obiettivi di Oslo e aggrava la già complicata situazione economica dell’ANP. Come emerge da un recente rapporto della Banca Mondiale, la capillare presenza israeliana limita il movimento di lavoratori e merci palestinesi danneggiando soprattutto lo sviluppo di un settore privato.

A complicare non poco questo difficile quadro, vi sono oggi le ritorsioni dello Stato d’Israele seguite all’approvazione della risoluzione dell’Assemblea Generale delle NU, votata lo scorso 29 novembre e che rende l’ANP uno Stato osservatore non membro alle NU. Recentemente Israele ha infatti trattenuto 100 milioni di dollari di ritenute fiscali, di cui è responsabile per conto dell’ANP, come misura di ritorsione contro quella che definisce una “iniziativa unilaterale” contraria agli accordi di Oslo. Il risultato è un’incredibile diminuzione della prevedibilità e regolarità delle già scarse risorse finanziarie palestinesi. Come uscire da questa situazione?

Il rapporto conclusivo dell’AHLC sottolinea in primis la necessità di un aumento del sostegno economico all’ANP per favorire lo sviluppo del settore privato e per garantire la libertà di movimento di persone e merci nel territorio. Nel corso dell’incontro, l’UE, uno dei maggiori sostenitori economici dell’ANP, ha concluso un accordo finanziario rivolto alla zona C con il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad. Con l’occasione, Catherine Ashton ha ufficializzato l’adozione del Piano d’Azione EU-Palestina ed ha dichiarato che il supporto economico all’ANP per il 2013 ammonterà a 300 milioni di euro. La cifra è in linea con i finanziamenti garantiti nel 2012 ma è tutt’altro che coerente con le necessità di Ramallah e soprattutto con l’appello dell’AHLC.

Le politiche di Israele, gli scarsi aiuti finanziari e le limitate capacità di prelievo fiscale creano una miscela esplosiva che alimenta il malcontento della popolazione palestinese. I numerosi episodi di protesta popolare ed i recenti casi di auto-immolazione nelle piazze palestinesi, sembrano strascichi delle Primavere Arabe che hanno sconvolto la regione. La gelida accoglienza riservata in queste ore a Barack Obama nel suo primo viaggio a Ramallah da Presidente degli Stati Uniti d’America, è un forte campanello d’allarme. Per una primavera che non accenna a sbocciare a Bruxelles, un’altra Primavera sembra farsi sempre più spazio tra le strade palestinesi. Le conseguenze per la stabilità della regione, se di stabilità si può parlare in Medio Oriente, e per i negoziati di pace sono purtroppo facili da immaginare.

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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