giovedì , 16 agosto 2018
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Egitto, la via crucis verso il voto di aprile

Il controllo del tempo è fondamentale in politica. Lo diventa ancora di più quando si intraprende un percorso di transizione politica verso una piena democrazia, come nel caso della Repubblica Araba d’Egitto. Eppure, a tre anni dalla rivoluzione del 25 gennaio, sembra che al Cairo il tempo abbia deciso di fermarsi se non, peggio ancora, di ritornare sui suoi passi.

Tante le aspettative di cambiamento disattese da chi ha guidato l’Egitto in questa transizione. Il primo ministro Hazem el-Beblawi, nominato a luglio 2013, non ha nascosto la testa sotto la sabbia ed ha annunciato lo scorso lunedì le dimissioni dell’attuale governo egiziano. Decisione inaspettata quanto necessaria alla luce dell’attuale situazione del Paese. Più volte criticato per non aver dato risposte agli stringenti problemi economici, Beblawi non ha mancato di ricordare che nessun governo al mondo sarebbe stato in grado, nel tempo a sua disposizione, di risolvere nodi così drammatici. Verrebbe da dargli ragione, con metà della popolazione sotto la soglia della povertà, tassi di disoccupazione in crescita ed un costante problema di sovrappopolamento.

Ad affondare definitivamente il Paese mirano, d’altro canto, i continui attentati dei gruppi terroristici che agiscono a mani quasi libere nell’altopiano del Sinai. Dall’inizio del 2014, ben 4 attentati hanno colpito il gasdotto che attraversa il Sinai mentre a metà febbraio un attentato ha preso di mira un bus turistico nella penisola provocando 4 morti. Attentati che l’Unione Europea ha ripetutamente condannato e che colpiscono duramente due pilastri portanti dell’economia egiziana: gas e turismo.

Il quadro è quello di un Egitto instabile sotto tutti i punti di vista ma che vuole dimostrare ai suoi partner internazionali di poter rispettare i tempi politici prestabiliti. L’adempimento della road map politica, costantemente richiamato dalla stessa Catherine Ashton e dai 28 Paesi UE, ha preso in questi tre anni l’aspetto di una corsa ad ostacoli che ha mano a mano svuotato il valore stesso di ogni singola tappa. Lo dimostra il traviato percorso della Costituzione sulla quale i cittadini egiziani sono stati chiamati ad esprimersi per ben tre volte nonostante il manifesto deficit rappresentativo delle proposte presentate.

L’ultimo referendum costituzionale dello scorso febbraio, alla presenza di una missione elettorale di esperti inviata dall’UE, ha portato alle urne il 38% degli aventi diritto ma è stato boicottato dai Fratelli Musulmani. Come sottolineato dal Ministro per gli Affari Esteri greco Evangelos Venizelos dinanzi alla plenaria del Parlamento Europeo, con il 98% dei voti a favore il referendum ha dato semaforo verde al proseguimento della road map politica ma senza il pieno rispetto dei diritti umani questo percorso sfocerà in una strada cieca. Forse i tempi non erano ancora maturi per l’approvazione di un testo costituzionale. Di sicuro non lo erano nelle due precedenti tornate elettorali.

Perchè dunque accellerare i tempi? A fianco all’evidente orgoglio nazionalista, il referendum ha offerto l’occasione per misurare la popolarità del capo delle forze armate, il Generale Abdel Fattah al-Sisi. Fu lui il fautore del golpe egiziano che portò all’arresto del primo Presidente democraticamente eletto d’Egitto, Mohamed Morsi. Al-Sisi, molto probabilmente, sarà tra i candidati alla prossima elezione presidenziale prevista per aprile, la seconda dall’avvio della transizione politica. Ancora una volta un passo che appare affrettato se l’obiettivo è realmente di dare vita ad una democrazia rappresentativa e inclusiva.

L’Unione Europea, per mezzo delle conclusioni sull’Egitto del Consiglio Affari Esteri dello scorso 10 febbraio, ha ricordato che le prossime elezioni dovranno coinvolgere tutti i gruppi politici ed ha riaffermato la propria presenza sul campo con l’invio di una Missione di Osservazione Elettorale che veglierà sul corretto svolgimento delle elezioni a cominciare dalla campagna elettorale. Se al-Sisi si candiderà, il ritorno di un militare alla guida del nostro vicino mediterraneo appare alquanto probabile.

Se in Egitto si è cambiato tutto per non cambiare niente, sarà sempre e solo il tempo a renderlo evidente. Di sicuro una lezione dai nostri vicini, a Sud come ad Est, l’abbiamo appresa. Lo ribadisce il Commissario Štefan Füle dinanzi al PE: la società civile è ormai una forza politica fondamentale che i governi non possono più ignorare, se non a loro rischio. Avrà preso l’appunto al-Sisi?

In foto, schede elettorali del voto referendario di gennaio (© Bora S. Kamel – Flickr 2014)

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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