18comix

Elezioni amministrative in Kosovo: tutto da rifare?

L’epilogo che non si voleva raccontare. Si sapeva che non sarebbe stato facile e che l’affluenza non sarebbe stata alta – i sondaggi avevano parlato di un 16% di serbo-kosovari intenzionati a votare – ma il risultato è stato anche peggiore del previsto, almeno per quanto riguarda il nord del Kosovo e le 4 municipalità a nord del fiume Ibar, dove i serbi sono circa il 95% della popolazione.

A Zubin Potok ha votato il 13,38% degli aventi diritto, a Leposavić il 12,52%, a Zveçan il 7.39% ed a Kosovska Mitrovica, parte nord, quartieri serbi, solo il 7,9%. Ma sono tra l’altro dati provvisori, relativi alle ore 15, mentre le urne si sarebbero dovute chiudere alle 19.00. Chiusura anticipata invece. Nei giorni che hanno preceduto il voto c’erano state varie intimidazioni ai candidati, l’ultima venerdì, nei confronti di Krstimir Pantić (era dovuto ricorrere anche alle cure ospedaliere), candidato sindaco per Kosovska Mitrovica nella lista “Iniziativa Civica Srpska“, quella sostenuta dal governo di Belgrado, che nelle intenzioni avrebbe dovuto raccogliere i voti di tutti i serbi. Poi già dalla mattinata, davanti alle sedi in cui si svolgeva il voto, si era registrata la presenza di estremisti che intimidiva i votanti e incitava al boicottaggio.

Ma la svolta – per qualcuno l’inevitabile epilogo – intorno alle 16.00, quando in una delle sedi di voto di Kosovska Mitrovica, intitolata a Sveti Sava, Santo Stefano, principe fondatore della chiesa ortodossa serba, uomini a volto coperto, in un vero e proprio blitz, si sono introdotti con la forza e hanno malmenato i presenti e distrutto i seggi, portandosi via le urne.  In un’altra sede,  presso un istituto tecnico, è stato rinvenuto un ordigno.

Situazione che, unita alle altre intimidazioni, ha convinto l’OSCE a ritirare i suoi circa 70 osservatori dislocati nel nord del Kosovo, ritenendo la loro incolumità a rischio. E chiudendo di fatto il  processo elettorale. Alla diffusione della notizia sono seguite molte polemiche. Da una parte lo stesso Krstimir Pantić ha accusato i radicali del Partito Democratico di Serbia (DSS) dell’ex presidente Vojislav Koštunica – favorevole al boicottaggio delle elezioni – di essere i responsabili dei disordini.

Dall’altra Marko Jakšić, leader locale dei DSS, che ha respinto le accuse, tra l’altro in modo ironico, affermando che la sua campagna per il boicottaggio era già stata un successo e, visti i dati di affluenza, non sarebbe servita a nulla un’azione di forza. Lo stesso Jakšić ha tra l’altro accusato “Iniziativa Civica Srpska” ed il governo serbo di aver fatto loro ricorso alle intimidazioni, verso i serbo-kosovari che ancora lavorano nelle strutture parallele gestite da Belgrado (sanità, uffici amministrativi ecc…). Sarebbero stati loro, sempre secondo il leader locale dei DSS, gli unici serbi a recarsi alle urne nel nord del Kosovo, temendo ritorsioni sul lavoro.

Aldilà delle responsabilità sarà comunque importante capire quale sarà adesso il futuro dell’accordo dello scorso 19 aprile. Il compromesso raggiunto prevedeva infatti un nord del Kosovo dotato di forti autonomie rispetto a Pristina ed autorizzato a mantenere forti legami con Belgrado. In questo quadro, il voto rappresentava un punto cardine, in quanto gli eletti nel nord del Kosovo dovevano costituire i vertici della costituenda Associazione delle Municipalità – destinata a sostituire le attuali strutture parallele serbe nella zona, illegali per le autorità kosovare – ovvero il trait d’union tra Pristina (che l’avrebbe avuta sotto la sua giurisdizione) e Belgrado (che avrebbe potuto continuare a garantirle supporto economico).

Adesso, il condizionale è d’obbligo. Nella notte i “box” elettorali provenienti dal nord sono stati portati nei centri di conteggio. Difficile però capire per quale soluzione opteranno i governi di Serbia e Kosovo e come si esprimerà l’UE, che funge da mediatrice in questo dialogo. Convalidare comunque un voto poco legittimo, vista l’affluenza e viste le irregolarità – tra l’altro certificate dall’OSCE – appare improbabile. Una possibile soluzione alternativa potrebbe essere la nomina d’ufficio dei vertici dell’Associazione delle Municipalità, ma servirebbe un accordo su chi dovrebbe procedere alla nomina (Pristina o Belgrado?) e si tratterebbe comunque di “rappresentanti” politicamente poco legittimi. Difficile ad oggi prevedere altre soluzioni.

Nel resto del Kosovo invece, incluse le altre enclavi serbe, l’affluenza media ha raggiunto il 45,73%. Discreto successo per l’opposizione di centrodestra, l’LDK, che si è aggiudicata dalle 3 alle 5 municipalità e il cui candidato andrà al ballottaggio (7 dicembre) in altre 15 municipalità (in 8 casi partendo in vantaggio). A Pristina se la giocherà non con il centro-destra (PDK) del premier Hashim Thaçi, ma con il candidato di Vetëvendosje!, il partito dei nazionalisti albanesi, contrari anche loro al dialogo con Belgrado.

Come a ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, che da entrambe le sponde del fiume Ibar, per chi vuole un futuro di convivenza pacifica in Kosovo, c’è ancora tanto da fare.

Nell’immagine le istruzioni per l’attraversamento del ponte sul fiume Ibar, a Kosovska Mitrovica, che divide i quartieri abitati da albanesi da quelli serbi (© Wikimedia Commons) 

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *