giovedì , 22 febbraio 2018
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Erdogan per la “democratizzazione”: la tiepida reazione di Bruxelles

A quattro mesi dallo scoppio delle proteste di Gezi Park, Ankara non è più sotto la luce dei riflettori. Allo scemare delle manifestazioni si è accompagnato un parallelo processo di eclissamento della Turchia dalle prime pagine dei giornali europei, come se nulla fosse successo. Tuttavia, lo scoppio delle proteste contro la deriva autoritaria del governo Erdogan e la successiva violenta repressione da parte delle forze dell’ordine hanno contribuito in maniera decisiva a congelare un eventuale avanzamento dei negoziati UE-Turchia, già di per sé prigionieri di un impasse politico-diplomatica dal 2010.

In questo contesto, assume un significato importante l’incontro che si è tenuto martedì a Bruxelles tra Štefan Füle, Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, e Egemen Bağış, Ministro turco per gli Affari Europei. I due hanno discusso del futuro dei negoziati Bruxelles-Ankara in vista della pubblicazione, il prossimo 16 ottobre, del Rapporto Annuale della Commissione Europea sui progressi della Turchia sulla via dell’adesione. In un breve comunicato stampa, Füle ha ribadito che l’Europa non deve sottrarsi proprio ora agli impegni assunti nei confronti di Ankara e ha sottolineato la necessità che l’Unione continui a rappresentare per la Turchia un punto di riferimento imprescindibile per quanto riguarda le riforme politiche.

Nel suo discorso, Füle ha brevemente accennato al pacchetto di riforme approvate dal governo Erdogan qualche giorno prima, soppesando tuttavia le parole con attenzione per non rischiare di tessere le lodi di un pacchetto legislativo che di per sé non è certo privo di ombre. Proprio il 30 settembre il primo ministro turco ha infatti presentato ufficialmente una serie di provvedimenti da lui stesso definiti “di democratizzazione”, destinati soprattutto a facilitare il proseguimento del processo di pace con i ribelli curdi del Pkk. Tra le altre cose, il pacchetto prevede la revoca del divieto di indossare il velo islamico per le dipendenti pubbliche, l’introduzione della facoltà di studiare in curdo nelle scuole private (ma non in quelle pubbliche), la revoca del bando delle lettere tipicamente curde Q, X e W dall’alfabeto turco e l’eliminazione degli ostacoli legali per la registrazione dei nomi in curdo di alcune località originariamente turche del Kurdistan. In più, il governo ha annunciato un inasprimento delle pene per i reati di odio in modo da combattere la discriminazione e l’introduzione di nuove regole per garantire una maggiore libertà di assemblea: il diritto a manifestare sarà infatti esteso fino alla mezzanotte.

L’aspetto più rilevante dell’intero pacchetto è però la promessa fatta da Erdogan di abbassare la soglia elettorale dal 10% al 5%, permettendo così al partito curdo per la Pace e la Democrazia (Bdp ) di entrare – almeno in linea teorica – in parlamento già dalle municipali del 2014. Già nel rapporto sui progressi della Turchia pubblicato l’anno scorso, la Commissione aveva rimarcato che una soglia elettorale pari al 10% per ottenere i seggi in parlamento costituiva «la più elevata tra quelle presenti negli Stati membri del Consiglio d’Europa». La decisione di ridurla risponde dunque al tentativo da parte di Erdogan di ingraziarsi i vertici dell’UE in vista dell’ormai prossima pubblicazione del rapporto sui progressi della Turchia per il 2013, rapporto la cui stesura non potrà non essere stata influenzata dai fatti di Gezi Park dello scorso giugno.

In quell’occasione, le istituzioni europee hanno infatti condannato apertamente l’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine turche per disperdere i manifestanti e la Commissione rimane tuttora molto critica nei confronti dell’approccio repressivo adottato dal governo Erdogan per quanto riguarda il rispetto della libertà civili. Commentando il pacchetto di “democratizzazione”, il portavoce del Commissario Füle ha infatti sottolineato che le riforme presentate rappresentano un segnale positivo, ma soltanto nella misura in cui la loro applicazione verrà condotta nel rispetto e con la piena partecipazione delle forze di opposizione. Ancora più scettico si è mostrato il leader del partito curdo Bdp Gultan Kisanak, secondo il quale il pacchetto legislativo non contiene nessun reale ampliamento delle libertà dei cittadini e non contribuisce al processo di pace con i ribelli curdi del Pkk: si tratterebbe insomma di uno specchietto per le allodole, un’ennesima misura cattura-voti a tutto vantaggio dell’AKP.

In foto, stretta di mano tra il commissario per l’allargamento Štefan Füle (a destra) e il ministro per gli affari europei della Turchia Egemen Bağış (© European Union – EC 2013)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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