giovedì , 22 febbraio 2018
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Eredità storiche e nuove prospettive nella politica europea per l’Africa

Articolo tratto dal Mensile n. 1 di Aprile 2013, “L’Unione Europea e la nuova corsa all’Africa” (pp. 6-9)

Nel 1885 i governanti delle principali potenze europee, seduti attorno a un tavolo a Berlino, decisero arbitrariamente di spartirsi un continente ancora misterioso, l’Africa. Irrispettosi di legami etnici e comunitari, i leader europei disegnarono confini arbitrari che avrebbero delimitato i nuovi possedimenti coloniali. Con il cosiddetto scramble for Africa, i Paesi europei fecero del continente africano un nuovo teatro del loro confronto sempre più accesso, che avrebbe portato poi ai due conflitti mondiali. L’indipendenza di molti Stati africani a partire dagli anni Sessanta del Novecento, spesso frutto di sanguinose guerre di liberazione, non ha tuttavia garantito all’Africa il rilancio economico e politico che molti leader nazionalisti africani avevano ricercato. I confini dei nuovi Stati sono rimasti quelli disegnati a Berlino. In questa realtà risiede uno dei principali paradossi dell’Africa: gli Stati africani hanno fatto della rivendicazione della propria sovranità uno dei tratti più salienti della propria agenda politica, dimostrandosi spesso refrattari a implementare progetti di integrazione sovranazionale. Una sovranità che, dal punto di vista territoriale, è incarnata da quegli stessi confini tanto deprecati retoricamente e causa dell’instabilità politica di molti Stati africani, perché irrispettosi dei legami etnici antecedenti, quanto difesi gelosamente dalle ingerenze esterne.

È necessario considerare questo sottile paradosso per comprendere le prospettive dell’Africa nel 2013, nel vivo di una nuova competizione per le sue ricchezze e l’influenza continentale. Un’altra considerazione riguarda la percezione che hanno dell’Africa gli interlocutori esterni, sempre più in contatto con governi, società civile e settore privato: gli europei in primis sono chiamati a superare gli stereotipi sedimentati in secoli di dominazione coloniale prima e dipendenza economica poi.
L’Africa non è più un continente senza speranza, come sottolineano alcune analisi presenti in questo numero. Permangono certamente ampie aree di povertà estrema e problemi sociali apparentemente insormontabili, come epidemie e carestie che generano tassi di mortalità sopra la media, ma in molte regioni africane gli ultimi anni hanno rappresentato il periodo di crescita più accentuato dall’ottenimento dell’indipendenza. I casi di Etiopia, Ghana e Angola, per citare Paesi dal modello di sviluppo molto diverso fra loro, dimostrano come l’Africa si stia lentamente e faticosamente rialzando.
Dopo l’ultima caduta nel 2003, il PIL continentale è cresciuto in tutto il decennio successivo. Nel 2008 era cresciuto del 67% rispetto al 2000. La crescita media fra il 2000 e il 2008 è stata del 13% annuo. Nonostante la crisi finanziaria che ha colpito l’economia globale dal 2007, la crescita del continente africano si è dimostrata particolarmente resistente e oggi molti Paesi africani crescono economicamente a un passo di molto superiore rispetto alle economie del mondo avanzato.

Questa è la realtà con cui l’Unione Europea (UE) e gli altri interlocutori del continente, come la Cina e gli Stati Uniti, devono fare i conti. Gli stessi governi africani dovrebbero approcciare i propri partner europei superandone la rappresentazione di meri colonialisti. Tuttavia, superare un senso comune cementato in decenni di dialogo e confronto appare difficile. Ecco dunque spiegato l’appeal di Pechino presso molti governi africani. La leadership cinese incentra la propria retorica nazionale sulla rivendicazione di un passato in cui non sono presenti tracce di colonialismo, un tratto che distingue la Cina dai Paesi europei e ne fa un interlocutore apparentemente più affine, un altro Paese in via di sviluppo che ha combattuto contro la dominazione europea e, dopo aver concluso il proprio ‘secolo delle umiliazioni’, ha rilanciato la propria economia. Non si deve sottovalutare inoltre quanto il modello di sviluppo cinese, fondato su un’attenta opera di allocazione dei fattori produttivi promossa dallo Stato, generando un incontro vincente con il mercato capitalista, possa attirare governi come quelli africani, timorosi di accettare le richieste europee in materia di liberalizzazione economica e commerciale, come dimostrano i negoziati sugli Economic Partnership Agreements (si vedano a tal proposito gli approfondimenti in materia). Non solo i governi africani temono gli effetti economici su sistemi produttivi spesso ancora deboli per sostenere la concorrenza internazionale, ma dimostrano significativi sospetti nei confronti di forze sociali nel settore privato che potrebbero sfidare il controllo delle reti di potere neopatrimoniale sulle società nazionali.

Inoltre, Pechino sembra rispettare la sovranità dei propri interlocutori africani fornendo fondi e investimenti senza richiedere, apparentemente, nulla in cambio. Gli investimenti cinesi si sono così concentrati in particolare in Paesi ricchi di risorse naturali e minerarie, come Zimbabwe, Nigeria, Angola e Sudan. Le imprese cinesi, spesso strumento della politica estera dello Stato, sono attive anche nel settore della difesa e delle telecomunicazioni. Eppure non sono solo gli investimenti a supportare la crescente presenza cinese in Africa, ma anche i consolidati legami istituzionali, come dimostrano il recente viaggio in Tanzania del Presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC) Xi Jinping e l’importanza acquisita dal Forum per la Cooperazione Cina-Africa, lanciato nel 2000 su iniziativa di Pechino e che negli anni è diventato una sede privilegiata per il dialogo fra i Paesi africani e la RPC.

L’influenza cinese non può essere dunque sottovalutata, dato che mina alle fondamenta l’approccio europeo sviluppato negli ultimi vent’anni: i finanziamenti cinesi giungono with no strings attached, non intendono incidere sul contesto politico dei Paesi in cui si dirigono se non per salvaguardare gli interessi economici di Pechino, soprattutto nel reperimento delle risorse naturali ed energetiche. È dunque più semplice oggi per i governi africani opporre resistenza alle richieste europee, proprio perché possono fregiarsi di un nuovo interlocutore apparentemente meno esigente. Questa dinamica è ulteriormente accelerata dal fatto che altri attori emergenti, come il Brasile, iniziano a considerare l’Africa come una meta centrale per i propri investimenti, soprattutto in Paesi come il Mozambico.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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