giovedì , 21 settembre 2017
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Russia e Turchia
Putin ed Erdogan in una foto d'archivio - Di Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5844917

Fra Russia e Turchia una relazione fra uomini forti al potere

L’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara dello scorso 19 dicembre per un attimo ha evocato lo spettro di un ennesimo scontro diplomatico tra Russia e Turchia. L’attentato in realtà non stravolgerà le relazioni bilaterali.Nel corso dei lunghi anni al potere, Putin ed Erdoğan sono riusciti a instaurare un buon rapporto, caratterizzato da un approccio pragmatico che ha permesso di stabilire forti legami economici, nonostante una lunga storia di rivalità e posizioni fortemente divergenti su vari temi caldi. Molti commentatori hanno anche posto l’accento sulle somiglianze tra i due leader e i loro sistemi di governo, in alcuni casi anche esagerandole e sottovalutando importanti differenze.

Nel 2014, pur protestando contro l’annessione della Crimea, la Turchia fu l’unico Paese NATO a non imporre sanzioni contro la Russia, anzi intensificò la cooperazione arrivando alla firma dell’accordo sul gasdotto Turkish Stream. La luna di miele, però, durò poco. Con l’intervento militare russo in Siria gli attriti si fecero sempre più forti fino all’abbattimento del bombardiere russo sul confine turco-siriano del novembre 2015.

Il tentato golpe in Turchia

Molti hanno temuto che si fosse sull’orlo di una conflitto tra NATO e Russia o di una guerra per procura nel Caucaso. La crisi invece durò meno del previsto e già a inizio luglio vennero ristabiliti i rapporti. Per un’ironia della sorte, la riconciliazione avvenne pochi giorni prima del tentato golpe del 15 luglio. Questo episodio fu il catalizzatore di uno spostamento della Turchia da Washington e Bruxelles verso Mosca e Teheran. Putin espresse solidarietà incondizionata al governo, mentre i leader occidentali si mostrarono più perplessi per le violazioni delle norme democratiche nei mesi successivi e le autorità statunitensi rifiutarono l’estradizione di Fetullah Gülen.

I media filogovernativi turchi diffusero la notizia che i piloti responsabili dell’abbattimento del Su24 russo fossero coinvolti nell’organizzazione del tentato golpe. Un tentativo di rendere coerente una politica estera “emozionale” e dare la colpa dell’incidente a presunti complotti orditi tra Washington e la Pennsylvania.

Due uomini forti in Russia e Turchia

Questi colpi di scena nel rapporto bilaterale sono dovuti al fatto che entrambi i Paesi sono governati non da istituzioni forti, ma da uomini forti. Per quanto forti ed esenti dai limiti di un sistema democratico e dal controllo della stampa indipendente, però, anche Erdoğan e Putin subiscono alcuni condizionamenti. Nei mesi tra l’abbattimento del Su24 e la riconciliazione del luglio scorso, i media filogovernativi di entrambi i Paesi hanno condotto una massiccia campagna diffamatoria reciproca. Le relazioni diplomatiche possono essere stravolte da un giorno all’altro, ma gli umori della popolazione soggetta a un bombardamento mediatico non cambiano altrettanto velocemente. L’insofferenza verso la Russia permane in parte della società turca ed è venuta a manifestarsi in maniera violenta e tragica il 19 dicembre.

Lo scacchiere mediorientale

Anche questo episodio è stato definito da Erdoğan una provocazione di forze esterne volta a sabotare il riavvicinamento tra i due Paesi. Putin ha accettato le scuse, ma è evidente che l’incapacità delle autorità turche di garantire la sicurezza dell’ambasciatore Karlov ha aumentato il potere negoziale di Mosca nelle trattative sulla Siria. Ankara sembra ormai aver abbandonato la richiesta di una cacciata immediata di Assad e l’accordo sulla Siria sta assomigliando sempre di più a un accordo Sykes-Picot irano-russo-turco. Un matrimonio di convenienza che però presenta anche dei limiti.

Il progetto neo-ottomano volto a riacquisire la leadership della comunità sunnita è oramai in frantumi. Mosca e Teheran, inoltre, non possono offrire nulla di paragonabile alle garanzie di sicurezza derivanti dall’appartenenza all’Alleanza Atlantica o ai rapporti commerciali con l’Unione Europea. La Russia, da canto suo, si sta imponendo come nuova potenza in Medio Oriente. Questo ruolo galvanizza una grossa fetta dell’elettorato, specie se la guerra viene rappresentata in televisione quasi come un reality show, ma comporta anche rischi e costi. L’idea di Putin era di presentare l’intervento come una guerra lampo vincente, in contrasto con la guerra di logoramento americana in Iraq e Afghanistan. Da una guerra in Medio Oriente, però, non se ne esce puliti.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Laurea triennale in lingue all'Università Ca' Foscari Venezia. Laurea magistrale in scienze internazionali all'Università di Torino. Master al Collège d'Europe, sede di Varsavia, con una tesi sulla politica dell'UE riguardo i conflitti di Abkhazia e Ossetia Meridionale. Dopo gli studi ho svolto uno stage presso il Consiglio dell'Unione Europea e adesso vivo a Breslavia (Wrocław), in Polonia, e lavoro per la Hewlett Packard Enterprise e nel tempo libero faccio volontariato per Wrocław 2016 - Capitale Europea della Cultura. Mi interesso dell'EaP e di altri temi che riguardano l'Europa Centrale, i Balcani e lo spazio post sovietico.

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