domenica , 18 febbraio 2018
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Füle in Serbia: commiato e silenzi

All’inizio della scorsa settimana il Commissario per l’Allargamento e la Politica di Vicinato Stefan Füle si è recato a Belgrado e a Pristina, in quello che probabilmente è stato l’ultimo viaggio di questo suo mandato. La visita non è stata dettata né da un’emergenza, né da un colpo di scena: ascoltando la conferenza stampa sembrava più un saluto del Commissario e una buona fortuna per il futuro. Non dovrebbero colpire le frasi pronunciate o gli argomenti trattati, ma piuttosto ciò di cui non si è parlato.

Belgrado e Pristina hanno compiuto importanti progressi durante il mandato di Füle, arrivando a stringere un accordo per normalizzare i loro rapporti. Il Commissario si è congratulato con i rispettivi Primi Ministri per il cammino fatto fin’ora, promettendo il continuo appoggio dell’Unione Europea nel futuro. Füle è conscio che l’accordo raggiunto ad aprile non è che l’inizio di un difficile lavoro per migliorare la situazione fra Serbia e Kosovo. Ogni giorno si presenta una nuova questione che può mettere a rischio ciò che si è costruito finora, inoltre le condizioni della popolazione serba del Kosovo non sono certo migliorate dopo lo scorso aprile. Gli accordi firmati sulla carta non sono ancora stati completamente messi in pratica nella realtà: le cittadine a maggioranza serba si sentono abbandonate sia da Belgrado che da Bruxelles e hanno esposto i loro dubbi e preoccupazioni al Commissario. In risposta, Füle ha promesso impegno, ma soprattutto ha assicurato che non è interessato al raggiungimento di obiettivi “burocratici e formali”, ma a migliorare la vita quotidiana della popolazione locale: come dire, “non mi interessa l’alta politica, ma ciò che afferisce la popolazione”.

Purtroppo, però, l’Europa ha bisogno anche dell’alta politica e qui arriviamo al primo argomento taciuto. Non si è discusso né della situazione ucraina, del progetto South Stream. Questo progetto ha l’obiettivo di portare il gas russo all’Europa Centrale e Orientale aggirando l’Ucraina, tagliandola di fatto fuori. Considerata la posizione dell’UE verso la politica moscovita a Kiev, il South Stream è andato perdendo fascino fino ad essere apertamente osteggiato dal Parlamento Europeo che ha votato una risoluzione contraria al progetto, consigliando la ricerca di fonti alternative di energia. Nonostante il parere sfavorevole della maggior parte dei Paesi membri, la Federazione Russa sta portando avanti il progetto stringendo accordi con gli Stati interessati: fra questi, la Serbia. Mentre l’UE continua la sua politica di sanzioni economiche contro Mosca, Belgrado si trova in equilibrio fra i due suoi principali partner economici. Non solo, ma teme ripercussioni a causa delle tensioni nell’area: la Serbia è per tradizione alleata della Federazione Russa e per questo si è rifiutata di applicare le sanzioni e compromettere gli scambi commerciali. D’altronde, la Russia sulla questione Kosovo ha sempre sostenuto gli interessi serbi, senza considerare che Belgrado ha un debito di circa un miliardo di dollari ancora da saldare. Secondo alcune indiscrezioni, Putin avrebbe fatto valere i favori concessi alla Serbia, facendo notare che senza la fornitura di gas russo l’economia del piccolo Stato balcanico collasserebbe. Considerata la situazione sarebbe stato auspicabile un confronto sincero sull’argomento, purtroppo non è avvenuto e un’occasione è andata sprecata.

Questo non è, però, l’unico argomento taciuto. Lo scorso mese diversi Stati balcanici fra cui la Serbia hanno promosso un’iniziativa a Bruxelles che avrebbe previsto un miglior accesso al sistema di roaming telefonico internazionale. Il progetto intendeva sfruttare l’idea dell’UE di creare uno spazio comune di telecomunicazione, permettendo quindi dei costi minori per i propri cittadini. Il Primo Ministro Vucic non ha però detto nulla a riguardo, mentre il Presidente Nikolic ha solo affermato che “il Commissario Fule è arrivato in Serbia senza alcun pregiudizio, atteggiamento non così comune all’interno dell’Unione Europea”, forse una frecciatina rivolta a Bruxelles per la risposta negativa.

In foto, Stefan Füle a Belgrado nel luglio 2013 (© European Commission – 2013)

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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One comment

  1. Parole, parole…e soltanto parole! Ma di cosa parlano. Progressi nelle relazioni con Priština! Mi sembra che solo nella testolina dell’ UE, sotto il dettame degli USA si puo’, anzi si deve parlare con i capi di uno stato di mafie. E poi si meraviglia se sempre piu’ inalzano la mano col saluto fascista. Si parla di adesione, di ricati di adesione, come se l’ UE fosse un miraggio da raggiungere! Certo che le radici dei serbi come di tutti gli slavi ortodossi sono quelle russe! Si vede i slavi catolici come la pensano! Non si e’ di questo che succede in Ucraina?! I neonazisti al governo. Che schiffo!

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