venerdì , 17 agosto 2018
18comix

FYROM: L’intervento UE non basta, ancora tensioni a Skopje

Anche se spesso non se ne parla, l’Unione Europea è nata con una vocazione internazionale di potenza civile, che ha cercato di fare dei negoziati e del dialogo la sua arma vincente. Si tratta di una delle particolarità più interessanti e, al tempo stesso, contestate sia da chi dubita che la diplomazia possa realmente risolvere i contenziosi, sia da chi ritiene che l’UE si nasconda dietro la facciata di potenza civile senza agire come tale. Emblematico in tal senso il polverone sollevato dall’assegnazione del Nobel per la Pace 2012. Lasciando da parte le dispute sulla natura dell’Europa, non ci sono dubbi che a Skopje, in Macedonia, l’UE ha sfoderato il suo volto più “civile” grazie alla troika capeggiata dal Commissario per l’allargamento Stefan Füle.

Come la maggior parte dei Paesi nati dalla dissoluzione della Federazione Jugoslava, anche FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia) presenta numerosi problemi legati principalmente al consolidamento del regime democratico. La crisi economica ha sicuramente influito negativamente, rallentando l’approvazione delle riforme e aumentando le criticità sociali già esistenti. A questo panorama si aggiunge il fatto che da anni è in corso una disputa fra Atene e Skopje, proprio sulla denominazione dello Stato macedone. La Grecia, fin dal 1991, non ha mai accettato che l’ex regione jugoslava potesse prendere il nome di “Macedonia”, in quanto già indicante la provincia greca confinante con Skopje. Questo non solo ha minato le relazioni fra i due Paesi, ma ha anche di fatto bloccato il cammino della Macedonia verso l’adesione all’UE che pure, dal 2005, è uno Stato candidato e ha avviato stabili negoziati con l’Unione. I progressi fatti finora rischiano però di essere messi a rischio dalla grave crisi politica interna in corso nel Paese.

La crisi politica ebbe inizio il 24 dicembre scorso, quando i parlamentari dell’opposizione tentarono di bloccare l’approvazione della legge di bilancio 2013 venendo per questo espulsi dall’aula parlamentare. Da questo momento, il leadere dell’opposizione, Branko Crvenkovsk, e il suo partito, i Socialisti Democratici, si sono astenuti dai lavori parlamentari e hanno iniziato a chiedere a gran voce le dimissioni del Governo. La situazione è continuata a peggiorare senza che si riuscisse a raggiungere un compromesso tra le parti, tanto che il 27 febbraio l’intera opposizione ha boicottato le elezioni locali.

Nel frattempo, con una decisione senza precedenti, la Commissione per gli affari esteri del Parlamento Europeo aveva posticipato l’analisi dei progressi compiuti dalla Macedonia in modo da dare la possibilità ai politici macedoni di uscire dall’impasse. Inoltre Füle, accompagnato dallo special rapporteur per la Macedonia Richard Howitt e da Jerzy Buzek, ex Presidente del Parlamento Europeo, si è recato a Skopje il 1 marzo per assicurarsi che le tensioni terminassero in un accordo, temendo l’inizio di manifestazioni violente. Dopo non facili trattative, l’intermediazione europea è riuscita a trovare una via d’uscita e i politici macedoni hanno infine concluso un accordo: i Socialisti Democratici hanno acconsentito a porre fine al boicottaggio in cambio di elezioni nazionali anticipate, della formazione di una commissione indipendente che accerti i fatti che portarono all’esclusione dell’opposizione dal Parlamento e di una riforma elettorale.

Purtroppo, proprio mentre il Parlamento era in riunione in seduta straordinaria per lavorare ad una nuova legge elettorale, sono nuovamente esplose le violenze. Già nei giorni precedenti la visita della troika europea si erano verificati disordini, ma nel fine settimana questi si sono fatti più gravi. Il problema non è più solo di natura politica, ma “etnica”. Da anni la Macedonia si trova spaccata in due: da una parte la maggioranza macedone, dall’altra la forte minoranza di cittadini di origine albanese. I primi si sentono minacciati e temono l’avvento di un Kosovo di Macedonia, i secondi denunciano discriminazioni e pretendono di essere ascoltati dalle forze politiche. Tutti i partiti, anche quelli all’opposizione, hanno condannato gli scontri che in questi giorni hanno portato ad una ventina di arresti e altrettanti feriti.

I politici hanno sicuramente avuto un ruolo importante nel fomentare le tensioni, facendo ancora una volta i propri interessi e non considerando la grave situazione sociale macedone. La classe politica deve comprendere le proprie responsabilità e agire di conseguenza: l’UE può, come ha effettivamente fatto, assistere la Macedonia, ma non può sostituirsi al suo governo. La situazione rimane esplosiva, tanto che l’ambasciata americana ha consigliato a tutti i suoi cittadini di evitare le “zone calde” di Skopje, ovvero i palazzi delle istituzioni e le piazze principali dove hanno avuto luogo le proteste. In tutto ciò, l’UE deve rimanere vigile, perché i rischi di una nuova guerra civile come quella del 2001, che vide la minoranza albanese prendere le armi, è attualmente molto alta.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *