martedì , 20 febbraio 2018
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G8 + 1: una formazione ancora vincente?

di Gianluca Farsetti

È da poco terminato il meeting del G8 dei Ministri degli Esteri, a cui ha partecipato anche l’Alto Rappresentante Catherine Ashton. I summit del G8, nati nel 1975, hanno subìto un’evoluzione abbastanza repentina e scoordinata negli ultimi 15 anni. Con l’obiettivo di mantenere intatto la propria influenza a livello mondiale, il G8 è stato nel corso degli anni arricchito da tavole rotonde, sessioni straordinarie e meeting ministeriali, come quello tenutosi nei giorni scorsi. Tuttavia, è ormai abbastanza evidente la decrescente influenza che il G8 tradizionale esercita, colpito principalmente da una dubbia influenza economica di alcuni singoli membri, in particolare di alcuni Paesi europei, e dalla mancata sostituzione di questi dall’Alto Rappresentante Catherine Ashton, la quale, rappresentando 500 milioni di persone, potrebbe ridare lustro alla formazione.

Se è vero che l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza partecipa agli incontri, allo stesso tempo accanto a lei permangono i rappresentanti dei 4 Stati europei (Francia, Germania, Italia e Regno Unito). Tale situazione, invece di rafforzare la legittimità e la rappresentanza del gruppo, sembra un’evidente forzatura,che crea confusione e complica una politica estera europea già abbastanza difficile da gestire. Viene quindi da chiedersi quale visione esprima la Ashton durante questi tavoli negoziali, se tra gli interlocutori ci sono anche coloro che dovrebbe rappresentare.

Tale incongruenza si è presentata anche durante l’ultima riunione del G8, tenuta dal 10 all’11 aprile a Londra con un’agenda ricca di importanti questioni multilaterali, quali per esempio la ripresa degli aiuti alla Somalia da parte delle istituzioni economiche internazionali (Banca Mondiale, FMI e Banca Africana di Sviluppo), la questione del cyber crime, che Obama ha definito una delle minacce moderne più temibili per lo Stato americano, la Deauville Partnership per il supporto dei Paesi arabi in transizione e l’affaire Corea del Nord, che si sta evolvendo in messaggi di non facile interpretazione, soprattutto a causa della scarsa conoscenza che si ha della reale situazione nordcoreana.

Ciò che però ha davvero acceso i riflettori su un G8 ministeriale che si preannunciava di “ordinaria amministrazione” è stato l’annuncio, diffuso il 9 aprile dal Ministro degli Esteri britannico William Hague, della presenza di alcuni leader dell’opposizione siriana. Il conflitto in Siria, infatti, che ha ormai provocato oltre 70.000 morti, 1 milione di rifugiati e 3 milioni di IDP (internally displaced persons) sembra non avere fine.

Il G8 fino ad ora ha mantenuto un basso profilo nei confronti di questa violenta guerra civile. Sarà perché la Siria confina con il Libano di Hezbollah, sarà perché il nuovo leader dell’area, la Turchia, non accetta interferenze in una propria area di primario interesse o sarà perché i pasdaran, i guardiani della rivoluzione iraniana, potrebbero non gradire molto un intervento occidentale, rimane il fatto che l’ultimo segnale concreto a riguardo, tralasciando le molte dichiarazioni diplomatiche, risale alla decisione di Francia e Gran Bretagna d’interrompere l’embargo dell’Unione Europea, autorizzando quindi il trasferimento di armamenti ai ribelli, in spregio alla politica estera europea di cui prima parlavamo.

Gli stessi ribelli che hanno fatto parlare di sé alcuni giorni fa, quando uno dei molti gruppi che prendono parte alla guerra contro Al-Assad, il fronte di Al-Nusra, ha dichiarato di essere “fedele” ad Al Qaeda. A tale dichiarazione, Al-Assad ha risposto inviando una richiesta ufficiale alle Nazioni Unite d’inserire nella famosa black list il gruppo ribelle Al-Nusra.

Dati i connotati abbastanza particolari che la vicenda siriana sta prendendo, sarebbe interessante sapere quale atteggiamento è stato tenuto dalla delegazione siriana durante i colloqui di Londra, poiché potrebbero essersi trovati comprensibilmente in difficoltà, trovandosi davanti a tre posizioni sostanzialmente diverse: quella più “incisiva“ di Fabius (Francia) e Hague (Regno Unito), quella attendista del governo italiano, ieri rappresentato dal Ministro degli Esteri ad interim Mario Monti, e quella probabilmente confusa della Ashton.

Quest’ultima, infatti, pur rappresentando formalmente 27 Paesi, non ha purtroppo grande rilevanza diplomatica quando le questioni militari prendono il sopravvento su aiuti economici e umanitari. Lo dimostra il caso libico e ancora quello dell’intervento francese in Mali, dove ha giocato un ruolo secondario, dimostrando di nuovo che quando si gioca secondo le leggi della giungla, come le definisce Robert Kagan, l’UE ha decisamente bisogno di aiuto.

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