giovedì , 22 febbraio 2018
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Il monumento in memoria del genocidio a Yerevan, Armenia © Arthur Chapman - www.flickr.com, 2007

Genocidio degli armeni, l’Europa è divisa

Venerdì scorso si sono tenute le celebrazioni per il centenario del cosiddetto Medz Yeghern, il Grande Crimine. Cento anni fa venivano arrestati gli intellettuali armeni di Costantinopoli. Fu il primo passo verso l’eliminazione della popolazione armena dell’Impero Ottomano. Tre decenni dopo, il giurista Raphael Lemkin, pensando proprio agli armeni, ideò il concetto di genocidio, il peggiore di tutti i crimini. La diaspora armena iniziò a battersi per il riconoscimento di quanto accaduto.

La Turchia da sempre ritiene invece che si tratti di un massacro da inserire nel contesto di dieci anni di guerra ininterrotti, che stravolsero la regione dalle Guerre Balcaniche alla Guerra d’Indipendenza e che coinvolsero tutti i popoli dell’impero. La narrativa turca contesta il numero dei morti, nega la pianificazione e controaccusa gli armeni di fare distinzioni tra vittime di prima e seconda categoria.

La Turchia

La tensione è iniziata a crescere da allora. A complicare la situazione c’erano le tensioni con l’URSS e il terrorismo armeno, che colpì decine di diplomatici turchi tra gli anni ’70 e i primi anni ’80. Non bisogna poi dimenticare il contesto globale: nell’Armenia storica scorreva il confine tra NATO e URSS.  Con la fine della Guerra Fredda, le relazioni turco-armene non migliorarono. Nel 1993 la Turchia decise di chiudere il confine, fino alla risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh, isolando l’Armenia priva di sbocco al mare.

Nell’ultimo decennio i governi dell’AKP hanno permesso alla società civile turca di iniziare un dibattito più libero su questo difficile tema. Quest’anno, però, Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia, è tornato indietro, decidendo di commemorare il centenario della Battaglia di Gallipoli lo stesso giorno del ricordo degli armeni. La battaglia si concluse il 25 aprile: scegliere di celebrarla il 24 aprile sembra essere un metodo per costringere ospiti importanti a scegliere tra le due commemorazioni e compiacere l’elettorato nazionalista in vista delle elezioni di giugno. Ciononostante, si sono tenuti diversi eventi di ricordo dei massacri in varie città turche.

L’Europa e la questione del genocidio

L’Europa come al solito è divisa sul tema. Nelle scorse settimane il Parlamento Europeo e l’Euronest hanno emanato risoluzioni che invitano a riconoscere il genocidio, ma gli Stati membri guardano più ai voti delle comunità armene e ai rapporti con la Turchia nel breve termine, che alla giustizia storica e agli interessi paneuropei.

La Francia, che ospita la più grande comunità armena d’Europa, nel 2012 stava per adottare il reato di negazionismo, prima che la Corte Costituzionale bocciasse la legge. Leggi analoghe sono in vigore in Slovacchia, Grecia e Cipro. Quest’ultimo, pur essendo un sostenitore della causa armena in sede internazionale, discrimina gli armeno-ciprioti vittime dei disordini del 1963, i quali non godono dello status di rifugiati, a differenza delle vittime dei disordini del 1974.

La Bulgaria non ha ancora riconosciuto il genocidio e i principali partiti fanno attenzione a non irritare il DPS, partito della minoranza turca e ago della bilancia di molti governi. Il più rumoroso sostenitore del riconoscimento del Genocidio Armeno è il partito xenofobo Ataka, che allo stesso tempo nega l’Olocausto. L’Italia, invece, ha riconosciuto il genocidio, ma fa molta attenzione a non infastidire Turchia e Azerbaijan, partner nel gasdotto TAP.

Proprio in questi giorni invece si è mosso qualcosa in Germania. Nonostante il Ministero degli Esteri invitasse alla cautela, il termine genocidio è stato utilizzato, sottolineando la corresponsabilità della Germania, alleata dell’Impero Ottomano, durante un discorso del Presidente Joachim Gauck e in una risoluzione del Bundestag.

Pacificare il Caucaso

L’Europa potrebbe fare molto di più. L’integrazione europea è nata proprio dalla riconciliazione tra Francia e Germania e il modello è stato applicato a molti altri casi con i vari allargamenti. Proprio quei due Paesi, invece, guardano con sospetto alla possibilità che la Turchia diventi membro dell’UE, con il conseguente grande peso nel Consiglio e in Parlamento. Nel Caucaso, invece, l’Europa ha un approccio ancora più timido, lasciando che Putin applichi il divide et impera.

Armeni, turchi e azeri hanno convissuto pacificamente per secoli e possono tornare a farlo. Come ha detto Cem Özdemir, leader turco-tedesco del Bündnis 90/die Grünen (i Verdi) durante il dibattito al Bundestag, “dobbiamo far sì che il confine turco-armeno diventi come quelli franco-tedesco e tedesco-polacco oggi”. Si spera che non ci vogliano altri cento anni prima che avvenga.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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2 comments

  1. Il recente riconoscimento da parte dei governi tedeschi e autriaci di una strategia genocidiaria alla base degli efferati
    massacri ottomani è un colpo mortale a tutti i negazionisti e giustificazionisti filoturchi.
    La presenza di strateghi tedeschi a fianco della sublime porta è nota e ben documentata negli archivi delle cancellerie mitteleuropee
    che naturalmente conoscono meglio di chiunque altro cosa avveniva in quel periodo.
    Inoltre la coraggiosa denuncia di correità in questi delitti ne nobilità il mea culpa storico.
    Poi se vogliamo baciare la pantofola del sultano per captarne la benevolenza, questo gesto sarà interpretato dai neottomani- giustamente – come un atto di meschinità
    e non di amicizia

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