domenica , 18 febbraio 2018
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Groenlandia, cade il tabù sull’estrazione di uranio e terre rare

La crisi economica non fa sconti a nessuno, nemmeno all’isola più grande del mondo, la Groenlandia. Una terra vasta più di 2 milioni di chilometri quadrati, per l’84% coperti di ghiaccio. Ebbene, anche in Groenlandia il governo della socialdemocratica Aleqa Hammond ha sentito l’esigenza di rilanciare un’economia di 57mila abitanti basata sulla pesca e largamente sussidiata da Copenaghen. Ciò non deve stupire, dal momento che l’isola è sì autonoma, ma continua a far parte del Regno danese, che le garantisce più di metà del budget annuale.

Il Parlamento di Nuuk ha deciso, infatti, di abbandonare la cosiddetta “tolleranza zero” sull’estrazione di uranio e terre rare sul proprio territorio per dare ossigeno all’economia e ridurre la dipendenza dalla Danimarca. Con 15 voti a favore, 14 contrari e due astenuti è stata aperta la corsa ad accaparrarsi le preziose risorse del sottosuolo. Le compagnie minerarie internazionali, dalla Cina all’Australia, esultano.

Proprio da quest’ultimo Paese proviene la Greenland Minerals, la quale ha già compiuto diversi sopralluoghi nel sud della Groenlandia valutando la capacità estrattiva in 40 mila tonnellate l’anno. Se si tiene in considerazione che nel 2013 la stima delle tonnellate estratte nel mondo s’aggira intorno alle 130 mila, si ha un chiaro indicatore dell’importanza della decisione assunta a Nuuk. Anche perché la Groenlandia s’inserirebbe nel mercato internazionale delle terre rare, quasi del tutto monopolizzato dalla Cina, che sino al 2012 ha detenuto quote attorno al 90% facendo impennare i prezzi in maniera esorbitante nell’ultimo decennio.

È facile intuire quanto questa svolta sia da considerarsi rilevante a livello geopolitico e quindi intervenga in un settore strategico. Non a caso la Danimarca dovrà concedere il proprio assenso, poiché, dopo il passaggio all’autogoverno della Groenlandia – avvenuto nel 2009 – Copenaghen è rimasta responsabile della difesa e della politica estera dell’isola artica. In particolare, l’estrazione di uranio presenta risvolti di non poco conto sullo scacchiere internazionale. Ma non è forse il vero nocciolo della questione, perché, più che all’estrazione e all’esportazione del minerale utilizzato per la fissione nucleare delle centrali di tutto il mondo, le compagnie sono molto più interessate a mettere le mani proprio sulle cosiddette “terre rare”, che sono un componente fondamentale per molti prodotti altamente tecnologici, come ad esempio smartphones, tablets, pannelli fotovoltaici, e presentano molte applicazioni in ambito militare.

Ovviamente la decisione di abbattere il tabù che resisteva dal 1988 ha incontrato non poche proteste, soprattutto dagli ambientalisti, preoccupati per le conseguenze sull’ecosistema artico che, come sappiamo, è già uno dei più a repentaglio. Tuttavia le considerazioni economiche e, in particolare, la speranza di moltiplicare i posti di lavoro, hanno largamente prevalso. Non solo sono attesi ingenti investimenti stranieri, ma anche un’invasione di lavoratori dall’estero. La London Mining ha infatti intenzione di trasferire in Groenlandia 3 mila lavoratori cinesi. Dal momento che a popolazione dell’isola è di 57 mila persone, è come se in breve tempo in Italia affluissero più di 3 milioni di lavoratori dal gigante asiatico. La stessa compagnia britannica si è inoltre già accaparrata una trentennale licenza di sfruttamento di un giacimento di ferro a 150 chilometri da Nuuk, che produrrà ogni anno circa 15 milioni di tonnellate di materiale per l’industria siderurgica.

Non si può dunque non concordare con il ministro dell’Industria Jens-Erik Kirkegaard, il quale ha recentemente dichiarato che questo è un momento storico per la sua Groenlandia. Le implicazioni di tale scelta sono molte e, secondo molti osservatori, porteranno l’isola ad un più spiccato allontanamento da Copenaghen e ad avere un peso più rilevante nel contesto internazionale. L’Europa assiste.

 In foto, scorcio paesaggistico della Groenlandia (© Wikimedia Commons – LChang)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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