sabato , 24 febbraio 2018
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Guerra civile in Siria: una crisi umanitaria e geopolitica

“Dobbiamo mettere al primo posto la popolazione siriana”. È stato questo il forte appello lanciato dal Commissario per la cooperazione internazionale, l’aiuto umanitario e la gestione delle crisi, Kristalina Georgieva, che ha rappresentato l’Unione Europea alla seconda conferenza internazionale di impegno per la Siria, tenutasi in Kuwait il 15 e il 16 gennaio. All’incontro hanno preso parte anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, il Segretario di Stato americano, John Kerry, e diversi esponenti del mondo occidentale e arabo, come Abdul Latif Bin Rashid Al Zayani, segretario generale del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo Arabo.

Al centro della discussione, naturalmente, è stata la crisi umanitaria che accompagna la guerra civile, in corso da ormai tre anni nel Paese mediorientale. “La Siria”, ha affermato Antonio Guterres, Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, “è il Paese del mondo che attualmente produce rifugiati con la maggiore velocità. In gioco non c’è nient’altro che la sopravvivenza e il benessere di generazioni di innocenti”.

La forte vocazione umanitaria del summit, sottolineata appunto dalle parole di Guterres, ha avuto come esito anche una grande raccolta fondi per i rifugiati siriani. “L’Europa”, ha scritto Georgieva, “si impegna a devolvere 753 milioni di dollari (tra contributo della Commissione e quello dei singoli Stati membri). In questo modo, il nostro contributo dall’inizio della crisi in Siria raggiunge i 3 miliardi e mezzo”. Un impegno economico di grande peso, giustificato non solo dagli interessi umanitari del Vecchio Continente in Medio Oriente, ma anche da quelli politico-economici. Nel complesso la raccolta di finanziamenti effettuata durante la seconda conferenza internazionale in Kuwait ha raggiunto un totale di 2 miliardi e 400 mila dollari: “un grande risultato”, ha esultato Georgieva, che nel suo discorso alla conferenza ha ricordato come “nell’ultimo anno la crisi in Siria si è approfondita”. Secondo recenti stime dell’ONU, gli ultimi tre anni di guerra civile nel Paese hanno infatti causato 113.000 vittime, di cui 11.400 bambini. Ben maggiore tuttavia è il numero degli sfollati e dei profughi che si riversano fuori dalla Siria negli Stati vicini, come Libano e Giordania.

L’aspetto umanitario della crisi è dunque innegabile e non negato, perché, come ha affermato il Commissario europeo, “ogni famiglia colpita, ogni vita spezzata, è una perdita terribile. Ma l’effetto di questa tragedia è amplificato, se si considera l’impatto che ha avuto sulla vita dei bambini, che saranno il futuro della Siria una volta che terminerà questa follia”. I siriani vanno considerati per primi, dunque, una priorità su tutti gli altri fattori.

E tuttavia non si può omettere che la raccolta fondi, il summit in Kuwait, gli impegni massicci di Unione Europea e Stati Uniti abbiano anche un altro risvolto, ben più profondo e, forse, meno nobile. Come i recenti attacchi a Beirut, in Libano, e i combattimenti a Falluja, in Iraq, hanno dimostrato, la guerra siriana è sempre meno un affare nazionale e sempre più una crisi regionale. La lotta per la democrazia, avviata e sopportata con enormi sacrifici dai giovani siriani, che nel marzo 2011 iniziarono a sfilare per le strade di Damasco, è stata affiancata da una guerra parallela che pare talvolta aver preso il sopravvento: l’egemonia nello scacchiere mediorientale. Anche la location scelta per la seconda conferenza internazionale d’impegno per la Siria è tutt’altro che casuale: il Kuwait rappresenta le monarchie del Golfo Arabo, tra cui ci sono due dei principali sostenitori del fronte anti-Assad (e con una certa cautela del fronte jihadista fra i ribelli), vale a dire Qatar e Arabia Saudita.

Il 17 dicembre scorso, sull’Independent, il giornalista Robert Fisk, storico corrispondente dal Medio Oriente del quotidiano britannico, fece pubblicare un articolo dal titolo “La triste e oscura storia di Abbas Khan, il dottore britannico trovato morto in una prigione siriana”, che è esplicativo, seppure parzialmente, di che cosa ci sia sotto le macerie e il sangue della tremenda guerra civile di Damasco contro Damasco.

In foto il Commissario europeo Kristalina Georgieva e il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon (Foto: European Commission) 

L' Autore - Sara Monetta

Laureata in Scienze Politiche, curriculum Studi sull'Asia e sull'Africa. Studiosa, nel suo piccolo, di politica internazionale, Unione Europea e Medio Oriente. è giornalista pubblicista e collabora con Radio Base e con il quotidiano Le Cronache del Salernitano. Il suo motto è "Insisti che si può fare"

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