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Eritrea
Proteste contro il regime eritreo a Londra © Revolt Asmarino - www.flickr.com, 2015

I migranti fuggono dalla dittatura in Eritrea

La chiamano la Corea del Nord africana, è uno dei Paesi più chiusi al mondo, da oltre 20 anni non vi sono elezioni ed è il secondo Paese per numero di migranti che attraversano il Mediterraneo – la Siria le ha tolto il primato di recente. Eppure dell’Eritrea, piccolo Stato situato in una posizione strategica nel Corno d’Africa, si sa poco o nulla.

La storia dell’Eritrea

L’Eritrea, colonia italiana dal 1890 e britannica dal 1941, divenne uno Stato federato dell’impero d’Etiopia nel 1952, per decisione dell’ONU. Quando nel 1962 l’Etiopia decise di annetterla, scoppiò la guerra per l’indipendenza, guidata dal Fronte di Liberazione Eritreo (FLE), presto affiancato e soppiantato dal Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FPLE), di ispirazione marxista. La guerra con l’Etiopia si riaccese nel 1978, e solo nel 1991 l’Eritrea riuscì a riconquistare la capitale Asmara. L’indipendenza fu proclamata nel 1993 in seguito a un referendum (99% di voti favorevoli). Le aspettative per il Paese erano alte, ma da allora l’Eritrea, nelle mani del Presidente Isaias Afewerki, è de facto una dittatura sempre più isolata e militarizzata.

La situazione oggi

L’Eritrea oggi è un Paese poverissimo, in cui le persone più abbienti guadagnano circa 10 € al mese, e in cui la corruzione è dilagante. Esiste un unico partito, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, e non sono mai state tenute elezioni democratiche. La costituzione del 1997 non è applicata e non è rispettata la separazione dei poteri. Ogni forma di opposizione è duramente repressa e comporta la detenzione in campi di prigionia, spesso senza processo. Sono frequenti le sparizioni, gli arresti arbitrari, le torture e i lavori forzati. Secondo Amnesty International, almeno 10.000 persone sono in prigione per motivi politici e il rispetto dei diritti umani è nullo. Per Reporter Senza Frontiere, l’Eritrea è, con la Corea del Nord, all’ultimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. L’università di Asmara è stata chiusa, molti professori e studenti incarcerati.

La militarizzazione del Paese, conseguenza, secondo il governo, del conflitto mai sopito con l’Etiopia (che ancora occupa parte del territorio), non solo implica un controllo capillare della vita dei cittadini, ma anche l’imposizione di un servizio militare spesso prolungato a tempo indeterminato. Tutti gli uomini e le donne sono chiamati a prestare servizio durante l’ultimo anno della scuola dell’obbligo, e sono tenuti a rimanere a disposizione fino ai 50 anni (le donne “solo” fino a 40).

Gli obiettori di coscienza sono duramente puniti. Spesso i coscritti sono costretti ai lavori forzati e sono vittime di abusi, anche sessuali. Le ripercussioni sulla produttività economica sono enormi. Alla fine delle scuole, è il governo ad assegnare ai cittadini il lavoro. Mentre le risorse minerarie del Paese sono sfruttate principalmente da compagnie straniere, si sa poco sulla situazione economica: le scarse piogge degli ultimi anni hanno causato una crisi alimentare e umanitaria. Il regime nega la situazione e pone forti limitazioni agli aiuti internazionali.

L’immigrazione e le relazioni internazionali

L’Eritrea è una forza destabilizzante per tutto il Corno d’Africa: si segnalano tensioni con lo Yemen e il confine con l’Etiopia è controllato dai caschi blu dell’UNMEE (United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea). L’ONU ha imposto sanzioni al Paese, accusato di sostenere gli islamisti somali, mentre il governo ha espulso varie ONG e figure diplomatiche, tra cui l’ambasciatore italiano. Ai giornalisti stranieri è vietato l’ingresso.

Secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, oltre 4.000 eritrei fuggono dal Paese ogni mese, rischiando la morte nel deserto e nel mare. Il regime li considera traditori, e le forze armate hanno l’ordine di sparare-per-uccidere a coloro che vengono scoperti. I migranti fanno la fortuna dei trafficanti di uomini, andando a finanziare non solo i criminali, ma anche il terrorismo, e rischiano di essere preda dei trafficanti di organi. Secondo il Washington Post, nel 2014 il 22% delle persone sbarcate in Italia proveniva dall’Eritrea. Quei pochi che hanno successo nella fuga subiscono una beffa aggiuntiva: sulle rimesse vige la cosiddetta diaspora taxation pari al 2% dell’importo, cosicché i migranti finiscono per finanziare i loro carnefici.

In base a questa situazione, a giugno un rapporto dell’ONU raccomandava il riconoscimento dello status di rifugiato per chi fugge dall’Eritrea: per ora in risposta c’è solo silenzio.

L' Autore - Anna Baretta

Laureata in Scienze Strategiche e Politico-Organizzative, sono interessata all'ambito della difesa e sicurezza - in particolare alla gestione del rischio CBRN.

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4 comments

  1. Ma questa fonte è attendibile? Scusami ma è per un copito a scuola.

    • Ciao Lhasa, Europae è una Rivista registrata presso il Tribunale di Torino. Ti dirò di più, è l’unica Rivista italiana interamente dedicata all’Unione Europea.
      Perciò non è attendibile, è attendibilissima. E se la maestra (o professoressa) non la conosce, per una volta sei autorizzata a sgridarla tu.
      Un saluto, buono studio e continua a leggerci! Ciao

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