martedì , 14 agosto 2018
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I Paesi “a rischio Putin” (parte I): l’Europa orientale

Con il terzo mandato di Putin, la politica estera rivolta verso quello che in Russia chiamano “Estero vicino” è diventata sempre più invasiva. Già nel 2005 Putin aveva definito il crollo dell’URSS “la più grande tragedia geopolitica del XX secolo”, ma a partire dagli ultimi mesi l’approccio di Mosca si è fatto ancor più spinto. Putin ha dichiarato di essere pronto a intervenire militarmente ovunque cittadini russi o semplicemente russofoni vengano minacciati. Un approccio aggressivo che ha avuto la sua applicazione in Ucraina, ma che potrebbe ripetersi anche in molte altre zone dell’ex URSS.

Partendo da Nord. In Estonia e Lettonia vivono consistenti minoranze russofone e le relazioni inter-etniche non sono ottimali, anche per via di leggi restrittive che, negli anni ’90, avevano lasciato senza cittadinanza molti russofoni. Negli ultimi anni la situazione cominciava a migliorare anche grazie a nuove leggi più liberali sulla cittadinanza. Dopo la crisi ucraina invece, le forze nazionaliste estoni e lettoni tornano a farsi sentire.

Più a Sud si trova uno dei più fedeli alleati di Mosca: la Bielorussia di Lukašenko. Come descritto anche in un recente articolo del Frankfurter Allgemeiner Zeitung però, la dottrina Putin ha creato grattacapi anche all’ultimo dittatore europeo. In Bielorussia l’8% della popolazione è costituita da russi, ma il 40% della popolazione è di madrelingua russa. Per questo l’intervento russo in Ucraina costituisce un precedente pericoloso per la Bielorussia. Se però l’intervento in Ucraina costituisce una punizione per l’orientamento filo occidentale del nuovo esecutivo, la presenza sulla poltrona presidenziale di Lukašenko rende improbabile uno scenario ucraino. Qualora però, ipoteticamente, Euromaidan provocasse un effetto spillover in Bielorussia e portasse al rovesciamento dell’attuale regime, non è difficile intuire quale potrebbe essere la reazione di Mosca.

Ancora più a Sud si trova un Paese in una condizione particolare. La Moldavia infatti, da un lato è il “primo della classe” tra i Paesi del Partenariato Orientale, dall’altro invece si trova in una situazione difficile. Le istituzioni di Chisinau infatti non hanno alcuna autorità sulla Transnistria, entità resasi de facto indipendente nei primi anni ’90 in seguito ad un breve conflitto non provocato da ragioni di natura etnica. Nella regione infatti convivono molti gruppi etnici, ma tra gli abitanti molti sono cittadini russi. Il forte legame tra Tiraspol e Mosca è più che altro di natura politica e militare, visto che la regione, già dall’epoca sovietica, ospita molte industrie belliche e la sedicesima divisione dell’esercito russo.

Le autorità di Tiraspol hanno più volte espresso la volontà di venire annessi alla Russia. Il Cremlino tuttavia si è dimostrato più interessato a usare la regione per destabilizzare la Moldavia e tenerla lontano da UE e dalla NATO, più che ad annetterla. La piccola regione non ha sbocco al mare e per i commerci marittimi usa il porto ucraino di Odessa, dove è presente una nutrita comunità russofona. Elemento che potrebbe essere facilmente usato come casus belli per un eventuale intervento.

Nel Sud della Moldavia poi, in una regione autonoma, risiede una comunità turcofona di religione ortodossa e tradizionalmente filorussa: i gagauzi. Recentemente, in un referendum considerato incostituzionale dalle autorità moldave, la maggioranza schiacciante dei votanti si è espressa a favore di una maggiore integrazione con la Russia e contro l’Accordo di Associazione con l’UE. Molti gagauzi temono infatti che l’avvicinamento all’UE possa comportare una riunificazione con la Romania.

Attualmente la Moldavia ha un governo di coalizione, caso molto raro nella Comunità di Stati Indipendenti. Ciò significa che ricattare una persona non è sufficiente a far cambiare linea di politica estera a un intero Paese, come recentemente accaduto in Ucraina e Armenia. A novembre però si terranno le elezioni politiche e i comunisti euroscettici vengono dati per favoriti. In caso di una loro vittoria, il Cremlino non avrà bisogno di mettere il bastone tra le ruote alla Moldavia.

Nell’immagine, una scritta su un muro di Belgrado (© Jonathan Davis, 2009, www.flickr.com)

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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