martedì , 14 agosto 2018
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Il bilancio di un anno di Politica di Vicinato

Il 2013 è stato prima di tutto un anno di instabilità e tensione per il Vicinato europeo. A sud, il terzo anno consecutivo di guerra in Siria ha portato con sé oltre 150.000 morti e 2,5 milioni di rifugiati, mentre in Egitto l’insanabile frattura politica è culminata, nel luglio dell’anno scorso, nell’estromissione di Morsi dalla carica presidenziale, a seguito di quello che è stato, di fatto, un colpo di stato militare. A est, l’Ucraina è stata protagonista e spettatrice di profondi cambiamenti: a partire dalla mancata firma dell’Accordo di Associazione con l’UE, per arrivare fino al referendum in Crimea a favore dell’annessione alla Russia, passando per le proteste di Euromaidan.

In questo contesto fragile, il 27 marzo la Commissione Europea ha pubblicato la sua relazione annuale sulla Politica Europea di Vicinato (PEV). Il pacchetto è suddiviso in due studi regionali distinti: uno per il Partenariato orientale, l’altro per il Partenariato euro-mediterraneo. Dalla doppia relazione emerge un quadro inevitabilmente eterogeneo. Creata all’indomani dell’allargamento del 2004 con l’obiettivo di evitare l’emergere di nuove divisioni tra l’UE allargata e i suoi “nuovi” vicini a Est e a Sud, la PEV è imperniata sulla promozione della sicurezza e della stabilità, della democrazia e della prosperità condivisa. Si tratta quindi di una politica ambiziosa e di ampio respiro che, nelle sue due declinazioni regionali, raggruppa 16 Paesi molto diversi tra loro, collocati in un’area geografica che va dal Maghreb al Mashrek, passando per il Caucaso.

Come ha sottolineato Catherine Ashton, Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, “L’impegno nei confronti dei nostri vicini è una priorità assoluta dell’UE. La Politica Europea di Vicinato ci consente di rispondere alle sfide che si pongono ai nostri partner tutelando nel contempo gli interessi dell’Unione”. Tuttavia, la relazione evidenzia come gli impegni assunti dai Paesi partner in materia di riforme siano stati rispettati in maniera disomogenea: in diversi casi (Siria, ma anche Libia, Egitto, Libano e Giordania) i problemi di sicurezza a livello nazionale o regionale hanno messo a repentaglio non solo l’attuazione delle riforme politiche, ma anche la tenuta stessa delle economie nazionali.

Per quanto riguarda il vicinato meridionale, la success story è senza dubbio la Tunisia. Nel 2013, le relazioni tra Bruxelles e Tunisi hanno riscontrato un progresso moderato, anche perché nell’ultimo anno il Paese si è trovato ad affrontare una fase molto delicata nella sua transizione verso la democrazia, sullo sfondo di un contesto economico non proprio roseo. La Tunisia ha comunque messo in pratica le raccomandazioni della Commissione relative al processo di consolidamento della democrazia, culminato nell’adozione il 26 gennaio 2014 della nuova Costituzione.

In Marocco, invece, il bilancio delle riforme attuate appare piuttosto ridotto: delle 19 riforme necessarie per rendere effettiva la Costituzione del 2011, ne sono state attuate solo 5. Sia il Marocco che la Tunisia hanno fatto però notevoli progressi nell’ambito delle politiche migratorie: nel giugno 2013, una dichiarazione politica congiunta ha dato vita al Partenariato per la mobilità UE-Marocco, a cui ha fatto seguito un accordo analogo per la Tunisia nel marzo 2013.

Per l’Egitto, il 2013 è stato un anno di profonda crisi politica. Ed è proprio a causa dell’instabilità politica che le autorità egiziane non sono state in grado di seguire le raccomandazioni contenute nella relazione sulla PEV dell’anno scorso.

Per quanto riguarda il vicinato orientale, i progressi maggiori sulle riforme politiche e giudiziarie si sono riscontrati in Moldova e Georgia. In particolare, UE e Georgia hanno completato la negoziazione di un Accordo di Associazione e di un accordo per la creazione di una zona libero scambio globale e approfondita (DCFTA) nel giugno 2013. Al contrario, la Bielorussia non ha compiuto nessun progresso nel cammino verso le riforme politiche.

La relazione ha messo in evidenza come la PEV debba rispondere meglio alle esigenze e alle sfide molto diverse che ciascuno dei 16 Paesi partner si trova ad affrontare singolarmente. Ma tra le righe del rapporto si legge soprattutto l’inquietudine di un’Unione Europea divenuta incapace non solo di prevenire, ma anche di reagire alle crisi che si sviluppano appena fuori dai suoi confini. Uno smacco come quello dell’annessione russa della Crimea è destinato a rimanere impresso molto a lungo nella memoria europea.

In foto bandiere ucraine ed europee a Kyev (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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