martedì , 21 agosto 2018
18comix

Il complesso gioco politico della Turchia: l’UE può ancora dire la sua?

Non è un momento facile per la Turchia: lo scandalo politico che ha travolto gli alti vertici dell’AKP, il partito di governo, attraverso le numerose accuse di corruzione ha costretto il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan a un radicale rimpasto. Non solo, ha anche avuto pesanti conseguenze economiche, dal momento che la lira turca è crollata, costringendo il governo a tentare di difendere il cambio con un innalzamento dei tassi di interesse di circa il 3%, che ha portato le agenzie di rating a rivedere le previsioni di crescita del Paese per il 2014 (JP Morgan Chase da 2,5 a 1,9%, Merril Lynch da 3,5 a 1,7, mentre Standard & Poor’s ha persino ventilato l’ipotesi di una crescita negativa). Inoltre, si avvicinano due scadenze elettorali importanti: a fine marzo le elezioni locali e ad agosto le presidenziali, prima volta nella storia del Paese in cui il capo dello Stato verrà eletto direttamente dai cittadini.

Le tensioni politiche vanno riportate in gran parte ad una crescente divergenza di posizioni tra l’AKP ed il movimento gulenista (che fa riferimento a Fethullah Gülen, predicatore islamico in esilio volontario negli Stati Uniti): seppure quest’ultimo sia tradizionalmente vicino al partito conservatore, Erdoğan ha infatti cancellato dalle liste dell’AKP molti dei suoi esponenti a partire dalle elezioni del giugno 2011. È opinione diffusa che i gulenisti occupino però molte cariche di rilievo nel settore giudiziario, e per questo motivo Erdoğan ha quindi sostenuto che le accuse di corruzione siano in realtà frutto di un complotto orchestrato da uno “Stato dentro lo Stato”.

In questo scenario, diversi sono gli elementi che hanno destato e destano preoccupazione da parte dell’UE. In primo luogo la delicata questione della separazione dei poteri: Bruxelles ha infatti in più occasioni messo in guardia il governo turco contro la volontà di interferire con il potere giudiziario, in particolare a seguito della riassegnazione di circa 2000 ufficiali di polizia e 1000 magistrati di alto grado negli ultimi due mesi, nonché della proposta di legge che amplierebbe i poteri dell’esecutivo in materia di nomina della magistratura.

Più di recente, oggetto di dibattito è stata la nuova normativa su internet votata dal parlamento turco e duramente contestata dall’opposizione: la legge, che deve ancora ricevere l’approvazione del Presidente, prevedrebbe la possibilità per il governo, senza bisogno della sentenza di una corte, di bloccare qualsiasi sito internet in poche ore, se i suoi contenuti sono considerati lesivi della privacy o offensivi. Nei giorni passati, il Ministro Ahmet Davutoğlu aveva risposto alle preoccupazioni europee per la nuova legge sostenendo che si tratta di un provvedimento “etico” e che la libertà deve comunque rispettare i diritti umani, anche quando si tratta del web.

Vi sono poi questioni altrettanto delicate che riguardano la politica estera: la Turchia rappresenta infatti un importante polo strategico, per via della sua posizione geopolitica di ponte tra Europa e Medio Oriente ed è l’unico Paese musulmano all’interno della NATO. Sebbene la sua politica internazionale sia tradizionalmente allineata a quella occidentale, di recente vi sono state alcune frizioni tra la Turchia, da una parte, ed americani ed europei, dall’altra: basti pensare alle accuse rivolte alla Turchia di aggirare le sanzioni contro l’Iran e di appoggiare i jihadisti in Siria, così come alle dure critiche del governo turco nei confronti della scelta occidentale di non condannare come “colpo di Stato” l’imposizione di Al Sisi in Egitto.

La nuova normativa su Internet e le dinamiche regionali (Siria, Iran, Iraq, Egitto, Libia, Tunisia, Mali) sono state alcune delle questioni in agenda a Bruxelles il 10 febbraio nel corso del “Political Dialogue Meeting at Ministerial Level”, al quale hanno preso parte il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu, il Ministro per gli Affari Europei Mevlüt Çavuşoğlu, il Commissario europeo per l’Allargamento Stefan Füle e l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton. L’UE dovrebbe però riflettere seriamente su quanto ancora può realisticamente continuare ad esercitare influenza sui governi turchi senza rivitalizzare i negoziati: se il processo di adesione continuerà a ristagnare, Ankara potrebbe perdere ogni interesse ad ascoltare la voce di Bruxelles.

In foto il Ministro turco  Ahmet Davutoğlu e il Commissario europeo Stefan Füle (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

One comment

  1. Articolo molto sintetico. Grazie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *