martedì , 14 agosto 2018
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Il compromesso europeo sulla Siria e il ritrovato accordo con la Germania

Lo posizione comune sulla Siria espressa dei Ministri degli Affari Esteri dell’UE, riuniti a Vilinius il 6 e 7 settembre per un incontro informale (gymnich), è sufficientemente vaga per mettere d’accordo tutti e presentare così almeno un consenso minimo tra gli Stati membri. La dichiarazione emessa a termine della riunione riconosce che il 21 agosto sia avvenuto nei pressi di Damasco un attacco con armi chimiche che costituisce un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, la cui responsabilità va imputata al regime di Damasco. Di conseguenza, viene individuata la necessità di una risposta “chiara e forte” da parte della comunità internazionale, appellandosi al ruolo delle Nazioni Unite e della Corte Penale Internazionale: viene dunque rivolto un appello alla ricerca di una soluzione politica che comprenda la ripresa del processo di Ginevra II.

Due sono le riflessioni che la dichiarazione suscita: da una parte, la sua natura di “compromesso”; dall’altra, la posizione della Germania nel corso dell’evolversi dei negoziati internazionali. Che sia una soluzione di compromesso, un accordo di “minima”, è dimostrato dal fatto che non risolve l’annosa questione dell’intervento militare e non appiana dunque le divergenze fra gli Stati membri. Vi è a questo proposito una sostanziale differenza tra lo statement della riunione informale in Lituania e la dichiarazione sottoscritta ai margini del G20 da quella che alcuni hanno già indicato come la “coalition of the willing” pronta a sostenere l’intervento statunitense: il primo esprime un’enfasi maggiore sulla ricerca di una soluzione politica e sull’autorità dell’ONU, mentre la seconda riconosce che il Consiglio di Sicurezza si trova da due anni e mezzo in una posizione di stallo, e che la comunità internazionale non può restare bloccata di fronte a procedure che si dimostrano costantemente fallimentari (“endless failed processes”). È dunque evidente che le conclusioni del gymnich rappresentano una posizione nettamente più moderata rispetto alla dichiarazione di San Pietroburgo del giorno precedente.

Nell’ottica del compromesso, la Francia, che resta il Paese più interventista, ha ottenuto l’inserimento esplicito nella dichiarazione del riconoscimento della responsabilità di Assad, ma, allo stesso tempo, oltre a non poter ottenere anche l’endorsement europeo a un’azione militare, Hollande ha dovuto dichiarare che si asterrà in ogni caso dall’intervenire finché non sarà pubblicato il rapporto degli ispettori ONU in merito all’attacco del 21 agosto. Secondo fonti diplomatiche citate da Libération, solo tale dichiarazione del Presidente francese ha reso possibile il raggiungimento di una posizione comune tra i Ministri europei, tra i quali, infatti, molti continuano a disapprovare il “militarismo” di Parigi.

L’altro elemento interessante è la posizione della Germania, che solo dopo l’accordo dei Ministri UE ha deciso di aggiungere la propria firma alla dichiarazione del G20, diventando dunque il dodicesimo Paese a sottoscriverla: dal momento che Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna (pur non essendo formalmente membro del G20) avevano già espresso il proprio consenso, la Germania era stata l’unico Stato dell’UE a seguire una politica differente nel corso del meeting di San Pietroburgo. Secondo le dichiarazioni della Merkel, la Germania, lungi dal volersi porre in contrasto con i partner europei, aveva invece come obiettivo proprio quello di subordinare la propria presa di posizione al raggiungimento di un consenso dell’UE in proposito. Un consenso che è emerso nel meeting di Vilnius.

In realtà, la posizione del governo di Berlino è piuttosto complicata: si trova infatti ad affrontare un’opinione pubblica ed una serie di ragioni storiche fortemente contrarie ad ogni tipo di intervento militare. I dati diffusi dal Forsa Institute for Social Research and Statistical Analysis mostrano il 69% dei tedeschi contrario ad operazioni militari in Siria. Tra il restante 31%, solo alcuni vedono di buon occhio anche un coinvolgimento tedesco, mentre altri auspicano un intervento internazionale, ma senza la Germania. Secondo il CNN European Syria Poll, il 41% dei tedeschi è contrario ad un intervento militare “in ogni circostanza”, cioè anche nel caso di un esplicito mandato ONU. Se poi il 45% si dichiara almeno favorevole a sanzioni economiche e il 41% all’imposizione di una no-fly zone, il 22% preferisce che non venga fatto assolutamente nulla. E le elezioni incombono, per il Cancelliere.

In foto: il Presidente francese François Hollande e il Primo Ministro tedesco Angela Merkel durante un incontro informale a latere del G20 di San Pietroburgo. (Foto: Council of the European Union)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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