venerdì , 23 febbraio 2018
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Il fallimento strategico dell’Unione Europea in Nord Africa

Articolo tratto dal mensile n. 1 (Aprile 2013) di Europae: “L’Unione Europea e la nuova corsa all’Africa“, pp. 13-16. 

Il crollo repentino e caotico dei regimi autoritari che per oltre vent’anni hanno retto le sorti del Nord Africa è quanto di più lontano si possa immaginare dagli obiettivi che sono stati alla base della politica dell’Unione Europea (UE) verso la regione. L’UE e i suoi Stati membri hanno infatti sempre anteposto la difesa della stabilità in Nord Africa ad ogni altra considerazione di natura politica, economica e valoriale. Pur nella grande varietà di approcci, progetti e quadri di cooperazione varati nel corso degli ultimi quindici anni, questo obiettivo strategico di fondo è rimasto invariato, sebbene declinato in modo diverso da Bruxelles e dalle capitali nazionali ed espresso in forme istituzionali e politiche tra loro molto diversificate.

A dispetto di quanto si creda, la difesa della stabilità e il mantenimento della sicurezza agli immediati confini dell’Europa non hanno significato un’azione politica meramente imperniata sulla conservazione dello status quo. Tutti gli approcci politici varati dall’UE nel corso degli anni, a partire dalla “Dichiarazione di Barcellona” del novembre 1995, si sono sempre fondati sulla considerazione che l’obiettivo di costruire un’«area di pace, stabilità e prosperità condivisa» nel Mediterraneo passasse necessariamente per la riforma economica e politica dei Paesi nordafricani. La stessa Politica Europea di Vicinato (PEV) nasceva con l’obiettivo di trasformare gli Stati vicini, compresi quelli del Nord Africa, in «Paesi amici e ben governati». Eppure, anche nei momenti in cui è sembrata spingere con più forza per la riforma dei Paesi nordafricani, l’UE e i suoi Stati membri non hanno mai messo in discussione la priorità concessa ai temi della stabilità e della sicurezza, frenando rispetto a processi di democratizzazione giudicati troppo rapidi ed evitando di applicare politiche che potessero indebolire la capacità dei regimi autoritari di mantenersi al potere e controllare il proprio territorio.

Il tema della promozione delle riforme politiche, dei diritti umani e delle libertà fondamentali ha dunque giocato un ruolo strumentale e marginale in una strategia orientata decisamente alla stabilità. L’applicazione di politiche volte almeno retoricamente a promuovere la riforma graduale dei Paesi nordafricani è stata seriamente limitata da considerazioni di breve periodo – secondo le quali collaborare con le dittature era più semplice e meno rischioso che lavorare per la loro riforma – e dalla mancanza di coesione interna.

Paesi come Francia, Spagna e Italia, tradizionalmente al centro di proprie reti di relazione con i Paesi dell’Africa settentrionale, hanno coltivato l’amicizia e la cooperazione con gli autocrati per tutelare i propri interessi nazionali di breve periodo. Alla base di questo atteggiamento vi era la considerazione per cui gli effetti negativi di un’eventuale instabilità nordafricana avrebbero colpito in primo luogo la loro sicurezza, mettendo in discussione il controllo dei flussi migratori, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la tutela degli interessi economici delle proprie imprese. Temi come la lotta al terrorismo e il contrasto al fondamentalismo islamico hanno poi rappresentato preoccupazioni condivise anche dagli altri Stati membri.

In modo più esplicito rispetto alle istituzioni comunitarie, i governi nazionali dell’UE hanno fondato gli ultimi vent’anni di relazioni con gli Stati nordafricani sulla base di un “patto faustiano” per cui dittatori come Hosni Mubarak in Egitto e Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia ricambiavano il riconoscimento internazionale e l’assistenza finanziaria offerta dagli europei tenendo le minacce legate al terrorismo, all’immigrazione illegale e al fondamentalismo religioso a distanza di sicurezza dalle frontiere dell’Europa.

La cosiddetta Primavera Araba ha rappresentato così un autentico fallimento strategico per l’Europa. Aver cercato di conciliare due posizioni tra loro antitetiche, ovvero la promozione graduale delle riforme con la collaborazione e l’attivo sostegno dei regimi autocratici al potere, ha portato ad uno scollamento sempre più evidente tra retorica e azione politica europea. Dal punto di vista economico, l’UE è stata in prima fila nel promuovere riforme di stampo liberale, chiedendo il progressivo smantellamento del ruolo predominante dello Stato arabo nell’economia, la riduzione dei sussidi e il progressivo abbassamento delle barriere tariffarie al commercio, favorendone l’integrazione nell’economia globale attraverso un rapporto privilegiato con l’Europa. Al tempo stesso, alla proclamata intenzione di aiutare i governi dell’Africa settentrionale a compensare i costi sociali della riforma economica non sono corrisposti sufficienti impegni finanziari.

La spinta decisa per le riforme economiche e l’apertura commerciale, slegata rispetto ad un impegno reale per una riforma politica giudicata pericolosa per gli interessi dell’Occidente, ha così aggravato la concentrazione del potere nelle mani delle cerchie ristrette dei dittatori nordafricani, approfondito le disuguaglianze economiche senza risolvere il dramma occupazionale e progressivamente eliminato le reti di sicurezza sociali che lo Stato arabo aveva costruito negli anni immediatamente successivi all’indipendenza. Agli occhi degli attori che nel corso del 2011 hanno abbattuto i regimi autoritari di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi e dei movimenti politici islamici che nel corso delle transizioni sarebbero emersi come forze di governo, l’UE non solo aveva agito come un’alleata dei regimi, ma con il suo atteggiamento ambivalente aveva compromesso la stessa causa della democrazia, legandola a riforme e interventi economici giudicati ingiusti, fallimentari e funzionali ai soli interessi dell’Occidente.

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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