domenica , 18 febbraio 2018
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Il Kosovo, qualcosa più di un quadro bicolore

Da una parte i musulmani albanesi, dall’altra gli ortodossi serbi. Nel dibattito generato dall’accordo Serbia-Kosovo dello scorso 19 aprile e dalla sua attuazione, che avrà uno step decisivo nelle prossime elezioni amministrative kosovare fissate per il 3 Novembre, sembra che in Kosovo etnie e religioni siano separate da un fiume, l’Ibar. A nord del fiume, nelle municipalità di Zvečan, Lipovica, Zubin Potok e Kosovska Mitrovica, gli ortodossi serbi. A sud, gli albanesi. Con la città di Kosovska Mitrovica (circa 110 mila abitanti) divisa in due proprio dal fiume Ibar che, attraversandola, separa i quartieri abitati da albanesi dal quartiere serbo (circa 17 mila abitanti).

Composizione etnica del Kosovo - © Eulex Kosovo
Composizione etnica del Kosovo – © Eulex Kosovo

In realtà questa divisione spiega solo in parte la situazione demografica e religiosa del Kosovo. L’ultimo censimento effettuato, nel 2011, è parzialmente attendibile in quanto boicottato dai serbi che vivono al nord del fiume Ibar, ma ha evidenziato che il Kosovo è abitato da meno di 2 milioni di persone, per il 92% di etnia albanese, per il 5,3% da serbi e per la restante parte da altre minoranze: gorani, bošnjaci, turchi, macedoni, rom (comunità soprattutto a Priština, Prishtinë), ashkali, ebrei.

Come detto, i serbi si concentrano nella parte nord del Paese, dove sono il 98% della popolazione, ma in realtà sono presenti anche al sud, al confine con l’Albania, soprattutto nella municipalità di Štrpce (Shtërpcë) e poi un po’ ovunque nelle municipalità di Obilić (Kastrioti), Gnjilane (Gjilan), Vitina (Viti), Vučitrn (Vushtrri), Orahovac (Rahovec), Istok (Burimi), Kosovo Polje (Fushë Kosovë), Kosovska Kamenica (Kamenicë), Srbica (Skënderaj). Queste le municipalità per cui il governo serbo ha recentemente rinominato i funzionari ad interim, che svolgeranno le loro funzioni fino alle elezioni del 3 Novembre.

Le altre etnie slave, i bošnjaci e i gorani, sono concentrati nella parte sud del Kosovo, nel distretto di Prizren (dove si trova anche parte della minoranza turca). Si tratta in entrambi i casi di slavi musulmani, convertiti all’Islam durante l’occupazione ottomana ed in particolare all’inizio dell’Ottocento, dopo l’abolizione del patriarcato ortodosso di Peć (Pejë). Da alcuni studiosi serbi i Gorani sono considerati semplicemente dei serbi convertiti all’Islam, mentre parte di loro stessi si assimila ai bošnjaci o ai macedoni (la loro parlata è una via di mezzo tra serbo, macedone e bulgaro). Le loro comunità si concentrano nell’estremo sud del distretto di Prizren e del Kosovo, la municipalità di Gora (Dragaš, Dragash).

Parlare di slavi-musulmani permette di superare anche la dicotomia serbi-ortodossi e albanesi-musulmani. I kosovari di etnia albanese non sono infatti tutti musulmani (di rito sunnita). Il censimento del 2011 parlava di un 10% di kosovari-albanesi cattolici, concentrati soprattutto nei distretti di Prizren, Djakovica (Gjakovë), Peć (Pejë) e soprattutto nella città di Klina (Klinë), discendenti di migranti albanesi nel periodo ottomano o di comunità che rifiutarono le conversioni forzose imposte dai turchi. Gli ottomani infatti, inizialmente abbastanza tolleranti verso le altre religioni (sicuramente più di quanto lo fossero, all’epoca, i cristiani), non lo furono con gli albanesi (e più tardi coi serbi), soprattutto in seguito alla guerra tra ottomani e veneziani (1645-1684) che vide gli allora cattolici albanesi schierarsi a fianco della cattolica Venezia, incitati dal clero locale.

Le conversioni forzose si sommarono a quelle volontarie derivanti anche dalla possibilità di evitare la leva – le famiglie cristiane dovevano cedere un nato ogni cinque all’impero, da destinare al famigerato corpo dei giannizzeri o alla burocrazia – e di elevarsi socialmente (solo i musulmani potevano avere in concessione i timar). In alcuni casi queste conversioni furono solo di facciata: fuori dalle mura domestiche gli uomini si professavano islamici, all’interno continuavano ad osservare usi e costumi cattolici (i laramani o cripto-cristiani). In linea di massima, comunque, la differenza di religione non influenzò più di tanto la moralità dei kosovari di etnia albanese, che per secoli è rimasta ispirata più alla tradizione (il Kanun) che ai testi sacri.

Le lingue ufficiali in Kosovo sono ovviamente il serbo e l’albanese (tantissimi conoscono entrambe), mentre la lingua comunemente parlata dipende ovviamente dall’etnia di provenienza (quindi bošnjaco, turco, gorani). C’è poi una particolarità relativa alla lingua albanese in Kosovo: essendo il Kosovo a nord dell’Albania e provenendo dal nord dell’Albania gran parte delle famiglie insediatesi in Kosovo, la parlata dei kosovari di etnia albanese è il ghego (insieme al tosco uno dei due sottogruppi della lingua albanese). Questo nonostante l’insegnamento della lingua albanese e la diffusione di testi sia stata proibita in Kosovo fino al 1965 quando, in seguito al mutamento delle relazioni Albania-Kosovo (nell’ambito del “movimento dei non allineati”) il regime di Tito decise di autorizzarlo richiamando, in assenza di kosovari abilitati, insegnanti albanesi di parlata tosca.

Non solo albanesi-musulmani e serbi-ortodossi quindi, ma un quadro ben più complesso, condizionato dalle vicende storiche e dalla retorica politica, che nei secoli hanno portato più ad accentuare le differenze che a cercare una convivenza pacifica. Convivenza pacifica che il dialogo, favorito dall’Unione Europea, di cui l’accordo dello scorso 19 aprile rappresenta un passo fondamentale, ha come obiettivo principale: “Unity in diversity” , mai come in questo quadro il motto dell’Unione casca a pennello.

In foto, una visuale del ponte Austerlitz sul fiume Ibar a Kosovska Mitrovica (© Wikimedia Commons)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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