martedì , 14 agosto 2018
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Il mondo della cultura bosniaca in emergenza: quando la politica “dimentica” il bene comune.

Aristotele scriveva che “la cultura è un ornamento nella buona sorte, ma un rifugio nell’avversa”. Eppure, oggi questa frase sembra smentita: l’Europa sta attraversando una grave crisi economica e sociale, che purtroppo sta attaccando anche la cultura. Questo si nota soprattutto nei Paesi che custodiscono nei propri musei importanti opere artistiche, reperti archeologici di interesse mondiale. Pochi sanno che la Bosnia-Erzegovina detiene un grande patrimonio artistico e storico:  da sempre crocevia di popolazioni, nei suoi musei si potevano ammirare reperti e ricordi di culture anche molto differenti fra loro. Si poteva, appunto. Il principale museo bosniaco e uno fra i più antichi in Europa, il Museo Nazionale, ha chiuso le sue porte quasi un anno fa, il 4 ottobre 2012, senza più riuscire a riaprirle, a causa della mancanza di fondi per il riscaldamento, la luce e per il già esiguo personale. L’anno scorso quando la crisi si è aggravata portando alla chiusura diverse istituzioni culturali, sotto lo sguardo incurante della politica, la società civile ha reagito decisa: numerose sono state le manifestazioni di studenti, a cui ha fatto seguito la creazione di una piattaforma per denunciare al mondo come la cultura bosniaca stesse subendo un grave affronto. La piattaforma si chiama Cultureshutdown” e non solo documenta la crisi bosniaca, ma ha dato vita a campagne internazionali per rompere il muro di silenzio: a marzo è stato indetto The Museum Solidarity Day, a cui hanno preso parte 275 musei, gallerie e biblioteche di 40 nazioni, che si sono impegnate ad avvolgere le loro principali opere con un nastro giallo recante la scritta Cultureshutdown.

Europae ha intervistato a proposito la Vicedirettrice del Museo Nazionale Bosniaco, la Sig.ra Marica Filipović.

Ci sono possibilità che il museo riapra? Il museo è chiuso al pubblico, ma il lavoro di ricerca e pubblicazioni è ancora attivo? La situazione dal 2012 (data chiusura museo) è cambiata?

Purtroppo al momento non ci sono possibilità di riaprire il museo: non abbiamo alcun supporto finanziario certo e il Ministero per gli Affari Civili non ha accolto il nostro appello. Anche il lavoro di ricerca attualmente è congelato, in attesa di giorni migliori.

Come mai molti siti museali non ricevono fondi statali? Esiste un problema a livello legislativo?

Esiste un vacuum legislativo, per cui le sette istituzioni d’importanza nazionale (il Museo Nazionale, la Biblioteca Universitaria Nazionale, la Galleria d’Arte, il Museo di Storia della Bosnia-Erzegovina, il Museo della Letteratura e delle Arti Teatrali, l’Archivio Nazionale dei film e la Biblioteca per non vedenti) non hanno uno stato legale ben definito. Tutte queste istituzioni si trovano a Sarajevo e sono un lascito della Jugoslavia di Tito, durante la quale erano di responsabilità della Repubblica di Bosnia Erzegovina. Nell’insieme di norme vigenti, alcune risalenti alla Federazione Jugoslava, non si specifica di chi sia la responsabilità di sovvenzionare e sostenere queste istituzioni. Da anni, quindi, si assiste ad una sorta di “scarica barile” fra i vari livelli di governo, come se la cultura fosse un peso, e non un qualcosa di cui andare fieri. Non avendo sovvenzioni pubbliche regolari, le entrate dei musei si basano principalmente sugli ingressi acquistati dai visitatori e sui pochi finanziamenti privati. Ovviamente la crisi economica ha peggiorato la situazione, riducendo ulteriormente gli incassi e impedendo una progettazione di lungo periodo, ma permettendo a stento di vivere giorno per giorno.

Gli accordi di Dayton, dove è racchiusa la Costituzione bosniaca, di fatto non chiariscono chi abbia in carico la gestione dei musei. Oltre a questa difficoltà, c’è da una parte politica del Paese la volontà di “dimenticare” un passato che testimonia una convivenza pacifica in Bosnia? Ovvero, l’intera rete museale bosniaca è a rischio anche per ragioni di calcolo politico?

Sì, la questione è tristemente semplice: il Museo Nazionale della Bosnia-Erzegovina è il simbolo di un Paese unito. I politici che vorrebbero dividere lo Stato in due parti hanno un grande interesse affinché il museo rimanga chiuso per sempre, cosicché nessuno possa ammirare ciò che custodisce e ricordare ciò che simboleggia.

Un Paese che permette la chiusura di un museo così importante, sembra essere un Paese che non conosce e non apprezza la propria cultura. Eppure la società civile, gli studenti hanno reagito con proteste cercando di attirare l’attenzione su ciò che sta accadendo in Bosnia. Come mai sembra non esserci risposta?

Le tensioni sociopolitiche nel Paese ultimamente sono cresciute sempre più, tanto da creare una grave crisi nel governo statale. Proprio quest’ultimo avrebbe il compito di proteggere l’unità statale e quindi i suoi simboli, come il Museo Nazionale, purtroppo la cultura non è la prima priorità nell’agenda di governo: si pensi che sono 18 anni che i principali musei bosniaci aspettano una regolamentazione del loro status legislativo. Questione sempre rimandata. Inoltre, come si diceva precedentemente, alcuni partiti politici preferirebbero far cadere nel dimenticatoio i simboli di un passato comune.

Perché non ricorrere ai fondi europei? In fondo il museo nazionale della B&H è patrimonio non solo della popolazione bosniaca, ma di tutto il continente. Avete chiesto aiuto alla comunità internazionale?

I fondi europei non sarebbero un soluzione definitiva, in quanto non garantiscono la copertura dei costi fissi e non possono quindi sostituire il finanziamento pubblico. Nonostante ciò, abbiamo fatto domanda per ottenere fondi, ma senza successo.

Se potesse sedere di fronte alla classe politica che guida la Bosnia, cosa consiglierebbe di fare per salvare il museo e con esso una parte importante della cultura bosniaca? Quale strada consiglierebbe?

 I politici bosniaci non vogliono discutere della gestione del Museo Nazionale, purtroppo.

L’ultima risposta della Sig.ra Filipović esprime al meglio la demoralizzazione che provano gli operatori museali e tutte le figure che mettono passione nel mondo della cultura. La speranza è che l’aforisma di Aristotele torni presto valido e che la classe politica bosniaca capisca il delitto che sta compiendo, ponendovi rimedio.

In foto il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina a Sarajevo (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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