mercoledì , 21 febbraio 2018
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Il possibile conflitto in Siria e le responsabilità europee

I tatticismi diplomatico-bellici in corso in questi giorni riportano in auge l’almeno ventennale discorso sullo stato delle relazioni euroatlantiche. Nella settimana che si è appena conclusa, infatti, vi è stata una serie di incontri, a cominciare dal G20 russo, in cui i vertici mondiali hanno discusso molto del caso siriano. In Europa si sono tenuti in particolare due vertici che hanno dimostrato, ancora una volta, quanto l’UE sia divisa e come la sua debolezza si ripercuota in un permanente stato di subordine all’alleato statunitense. Gli inviti rivolti da Catherine Ashton a John Kerry e Rasmussen per una loro partecipazione agli incontri informali dei Ministri della Difesa e degli Esteri, tenutisi tra giovedì e sabato a Vilnius, dimostrano quanto gli europei rispettino l’alleanza con gli Stati Uniti. Rivelano anche quanto l’Europa non sia ancora sufficientemente pronta per elaborare una “strategy” per agire nel proprio “giardino di casa”, e ancor meno una “grand strategy” per agire autonomamente nella “dimensione globale” senza il bisogno del benestare statunitense.

Di queste dinamiche hanno risentito gli incontri informali della settimana scorsa incentrati sulla Siria, ma anche questioni prettamente europee. Molte sono state affrontate nell’incontro dei Ministri della Difesa, in cui si è discusso dell’utilizzo delle risorse messe a disposizione dell’UE da parte degli Stati membri nonché del rapporto tra i costi sostenuti e i risultati ottenuti nelle operazioni effettuate. Tra queste EU NAVFOR Atalanta, operazione grazie a cui i fenomeni di pirateria al largo delle coste somale sono calati del 93%. Un occhio di riguardo è stato dedicato anche alle politiche volte a rendere più competitivo ed efficiente il settore industriale della difesa, così come le strategie di risposta a minacce energetiche ed informatiche.  All’incontro informale dei Ministri degli Esteri, noto come Gymnich, invece, si è parlato molto degli interventi da adottare nel quadro della Politica Europea di Vicinato, rivolta soprattutto verso l’Est. Uno scambio di vedute soprattutto in vista del summit con i Paesi dell’Est del Consiglio Affari Esteri in programma per novembre e del Consiglio Europeo di dicembre.

Per ciò che concerne la dimensione esterna, come detto, a tenere banco è stata soprattutto la questione siriana. La presenza del Segretario di Stato statunitense Kerry al Gymnich è stata considerata da molti come una missione volta a ricevere il plauso europeo per un intervento militare. La firma degli “Undici”, a cui poi si è aggiunta successivamente la Germania, sul documento presentato al G20 per proclamare l’esigenza di una “reazione forte” contro Assad per l’uso di armi chimiche, però, non deve trarre in inganno. Infatti, le posizioni europee sono ben distinte da quelle americane e prevedono una reazione forte a livello diplomatico, con l’intervento militare subordinato ad una risoluzione ONU. Posizioni, a nostro avviso, non così forti da bloccare un ipotetico intervento militare americano, lasciato in stand-by in attesa del voto del Congresso.

Proprio nelle reazioni nell’ambito della crisi siriana l’UE ha mostrato la sua debolezza. Infatti, sebbene negli anni l’Europa si sia distinta come potenza civile, ancora una volta le divisioni interne dimostrano come essa non riesca ad imporsi sulla scena internazionale, soprattutto nei confronti di Washington. Ecco la prima responsabilità europea: una diplomazia unitaria e vigorosa, unita a quella statunitense, avrebbe probabilmente potuto sortire effetti migliori rispetto a quanto potrà provocare l’imminente intervento militare. Una guerra in Siria, molto probabilmente, potrebbe divenire un conflitto di vasta scala considerati gli esili equilibri del Medio Oriente.

Una seconda responsabilità risiede nell’assenza di meccanismi per regolare lo ius ad bellum e ciò potrebbe creare problemi di sicurezza per l’intero territorio UE, in quanto potrebbero essere coinvolti in un conflitto armato tutti i Paesi membri a causa dell’intervento di un solo Stato, in questo caso la Francia. L’alleanza tra la Siria e la Russia e le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin lasciano intendere che un attacco americano, per quanto “limitato”, costituirebbe un atto di aggressione. Gli scenari che emergono lasciano raggelare il mondo e, nonostante una fredda stretta di mano a San Pietroburgo tra Obama e Putin, questa settimana sarà probabilmente cruciale per comprendere come evolverà la questione siriana e con essa l’ordine internazionale.

In foto l’Alto Rappresentante per la Politica Estera Catherine Ashton e il Segretario di Stato Usa John Kerry. (© European Union, 2013)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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