martedì , 14 agosto 2018
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Il premier serbo Dacic rassicura il Parlamento Europeo e spera nell’avvio dei negoziati di adesione

«Tutti i grandi viaggi iniziano con un primo passo, il più difficile. La Serbia l’ha fatto aprendosi al dialogo con Pristina». A pronunciare queste parole è stato Ivica Dačić, premier serbo, durante lo scambio di vedute di mercoledì scorso con la commissione per gli affari esteri del Parlamento Europeo (AFET).

Tra le righe si è trattato di un discorso in cui ha esortato l’UE a premiare, a giugno, gli sforzi serbi, annunciando la data di inizio dei negoziati per l’adesione. Fulcro dell’intervento sono stati ovviamente i rapporti Belgrado-Pristina e la difficoltà di portarli avanti malgrado le resistenze interne, tanto forti che di fronte alle decine di domande rivoltegli dai parlamentari europei ha esclamato sorridendo: «Quante domande! Ma sono comunque più facili di quelle che mi fa il Parlamento serbo!».

I parlamentari della commissione AFET hanno riconosciuto unanimemente lo sforzo compiuto dal suo governo e ne hanno elogiato la coerenza politica: nel 2012 aveva infatti affermato in campagna elettorale che la sua priorità sarebbe stata l’adesione all’UE. Quanto al dialogo con il Kosovo e al recente accordo, Dačić ha ribadito la ferma intenzione di attuarne tutti i punti, precisando che l’intesa non è un riconoscimento formale dell’indipendenza del Kosovo, ma «una presa di coscienza della necessità di trovare una soluzione sostenibile per entrambi» che «garantisca la sicurezza di tutte e due le comunità, gettando le basi per uno sviluppo duraturo».

Entrando nel dettaglio, ha parlato delle elezioni che si svolgeranno in autunno in tutto il Kosovo e della volontà di integrare da subito il sistema giudiziario e la polizia del Nord Kosovo nella legislazione di Pristina, chiedendo però più tempo all’Europa, perché «si tratta di un compito molto difficile, che non si può completare già per giugno» e che «deve coinvolgere, in tutte le decisioni, la comunità serba del Kosovo». Dačić ha poi ribadito che della polizia locale potrà far parte solo chi non è mai stato sospettato di crimini razziali e che l’Associazione delle Municipalità serbe non diventerà uno Stato nello Stato, ma un’istituzione sottoposta alla giurisdizione di Pristina, «che dal canto suo si impegnerà a rispettarne l’autonomia, anche finanziaria».

Il premier serbo ha anche illustrato gli ulteriori passi da compiere, in particolare in materia di energia, incluso il “caso Trepca”, e di telecomunicazioni (quale prefisso internazionale per il Kosovo?) evidenziando che, anche grazie a Catherine Ashton, continuerà il dialogo con il premier kosovaro Hashim Thaçi.

Dačić ha voluto sottolineare che il suo governo, oltre al dialogo con Pristina, è impegnato in una profonda riforma della magistratura, volta a renderne più trasparente l’operato, e nella lotta alla corruzione, contro la quale «inaugureremo la tolleranza zero». Dačić ha descritto gli sforzi compiuti per la tutela delle minoranze e delle autonomie locali, ad esempio in Vojvodina «di cui rispetteremo l’autonomia, ma non un’eventuale pretesa, così come per i serbi in Kosovo, di diventare uno Stato nello Stato», ha affermato. Ha promesso inoltre che la lotta alle discriminazioni – in questo caso quelle sessuali – proseguirà con un provvedimento per la tutela dei diritti della comunità LGBT.

Il Primo Ministro si è soffermato anche sulla situazione economica serba, dicendo che la crisi è grave – in una delle domande è stato sottolineato che il PIL è ancora al 65% rispetto ai livelli dell’ ’89 – che la disoccupazione è al 25% e che il calo nel tenore di vita è evidente, a causa del basso livello di salari (in media 365 €/mese) e pensioni (in media 190 €/mese). Si è però definito ottimista, perché i buoni motivi per investire in Serbia rimangono tanti: l’istruzione, il basso costo del lavoro e gli accordi di libero scambio con i Paesi vicini. «Entro la fine del mandato voglio una crescita al 5%, non al 2%» ha detto.

Ironica invece è stata la risposta a chi gli chiedeva, preoccupato, degli intensi rapporti con Russia e Turchia: «Non è un male il dialogo con Mosca, i dialoghi portano stabilità, non instabilità, e poi ci sono Paesi occidentali che con il Cremlino son molto più amici di noi» e, alludendo alla data di inizio dei negoziati «se per noi nel futuro non ci sarà l’UE, vorrà dire che ci sarà qualcun altro». Nel suo appello finale ha poi affermato che la politica di allargamento «è al centro dell’esistenza dell’UE e del suo ruolo di portatrice di pace, pertanto deve proseguire», precisando che «la Serbia non chiede eccezioni, ma il rispetto dei criteri adottati per gli altri».

Chiusura dedicata a una sua lettura della parola “Balcani“: «deriva dal turco Bal (miele) e Kan (sangue)» ha detto, «e significa che se per tanti anni i nostri popoli hanno bevuto sangue, ora è il momento di bere un po’ di miele». La Serbia ha messo da parte le sue paure, a giugno tocca al Consiglio Europeo.

In foto il Primo Ministro serbo Ivica Daçic incontra il Presidente del PE Martin Schulz. (Foto: European Parliament)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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