lunedì , 19 febbraio 2018
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Il soft power europeo all’opera nel Sudan del Sud

La commissione Sviluppo del Parlamento Europeo ha discusso un progetto di relazione riguardante lo Stato del Sudan del Sud. L’iniziativa parlamentare è partita da Véronique De Keyser, deputato belga e membro molto attivo della commissione. La relazione riguarda i progressi fatti dalla comunità internazionale nel processo di stabilizzazione del Sudan del Sud, uno degli Stati di più recente indipendenza (febbraio 2011) e ancora afflitto da profondi problemi sociali, economici e di ordine interno.

Il Sudan del Sud nasce dopo la separazione dal Sudan, avvenuta grazie ad un referendum nel 2011. La nascita del nuovo Stato si è conclusa dopo un lungo processo di stabilizzazione iniziato nel 2005, quando furono firmati gli accordi di pace di Naivasha, che ponevano fine ai 22 anni della seconda guerra civile del Sudan. Il Paese, infatti, è stato martoriato da una guerra intestina sin dai primi anni dell’indipendenza, e per due lunghe guerre civili si sono affrontati i musulmani del Nord e le popolazioni del Sud, che professano una pluralità di religioni tra cui anche il cristianesimo.

L’accordo del 2005 prevedeva alcuni referendum che avrebbero dovuto svolgersi con delle tempistiche prestabilite: tuttavia, con l’eccezione di quello già citato per l’indipendenza del Sudan del Sud, regolarmente svoltosi nel 2011, sono ad oggi pendenti quello riguardante la situazione nella regione di Abyei – contesa tra Sud e Nord a causa dei giacimenti petroliferi – e quello relativo ai conflitti tra due stati del Sudan: il Kordofan meridionale e il Nilo Azzurro. I motivi di attrito e tensione sono ovviamente legati ai giacimenti petroliferi, prevalentemente concentrati nel neo-indipendente Sudan del Sud (75%) e nel Kordofan meridionale, ancora parte del Sudan guidato da Al-Bashir. Quest’ultimo ha recentemente risposto con forza alle proteste della popolazione, che a seguito del referendum del 2011 ha visto la situazione economica drasticamente peggiorare: il tutto aggravato dalla decisione del Sud d’interrompere nel gennaio 2012 le forniture di petrolio alla vecchia madre patria.

Questo delicatissimo equilibrio ha attirato l’attenzione dell’UE per due ragioni: da una parte il Sudan è già parte dell’accordo di partenariato UE-ACP (Africa-Caraibi-Pacifico), istituito con la Convenzione di Lomé del 1975 e rinnovato con la Convenzione di Cotonou del 2000. Dall’altra, questa situazione critica potrebbe trasmettersi alla vicina area del Corno d’Africa, data la presenza di numerosi gruppi paramilitari che agiscono sostanzialmente lungo i confini statali.

Per queste ragioni, l’Unione Europea adotterà presumibilmente una doppia strategia, basata sul principio del soft power. In primo luogo, l’obiettivo di breve termine sarà dare una maggior assistenza umanitaria alle popolazioni del Sudan del Sud, in modo da combattere la povertà dilagante (il 50,6% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà), incidere sull’analfabetismo da record (80% della popolazione) ed evitare una trasmissione dell’instabilità ai Paesi vicini, molti dei quali soffrono già di enormi problemi. A questo riguardo l’UE destina al giovane Stato circa 830 milioni di euro, una cifra che se utilizzata in modo efficiente e magari coordinando una strategia unica anche con le forze ONU sul posto (UNISFA, UNAMID, UNMISS e UNMIS) oltre che con altri partner interessati tra cui Stati Uniti, Norvegia e Regno Unito, potrebbe portare risultati rilevanti già nel breve periodo.

In secondo luogo, l’obiettivo di lungo termine sarà quello di allargare il Partenariato ACP anche al Sudan del Sud, il quale ne è ancora escluso a causa delle possibili implicazioni che tale decisione potrebbe portare, soprattutto per quanto riguarda le relazioni con il Sudan di Al-Bashir. Così facendo, l’UE potrebbe conquistare un ruolo di primo piano in un’area chiave del continente africano, cercando di limitare così l’espansione economica cinese che riguarda ormai un’ampia fetta del continente.

In conclusione, il soft power europeo è di nuovo messo alla prova, ed è il caso di dire che deve assolutamente dimostrarsi più efficiente e utile di quanto lo sia stato sino ad ora in Siria.

In foto il Presidente del Sudan Omar Al-Bashir (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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