domenica , 18 febbraio 2018
18comix

In Bosnia scoppia la protesta: opportunità e rischi di una crisi annunciata

Dalla scorsa settimana la Bosnia Erzegovina è scossa da continue proteste che, dopo le dimissioni di diversi governi cantonali, iniziano a far tremare anche il governo centrale. Ogni rivolta o primavera ha una sua causa scatenante. In Bosnia la scintilla è stata il fallimento di ben cinque fabbriche a Tuzla, un tempo principale polo industriale del Paese. Oggi invece si susseguono chiusure di stabilimenti e licenziamenti, ed in un Paese dove la disoccupazione tocca quasi il 40% ed adeguati ammortizzatori sociali sono quasi assenti, licenziamento è spesso sinonimo di fame.

Nelle manifestazioni, partite proprio da Tuzla, all’iniziale sostegno agli operai licenziati ed alle famiglie, si sono presto aggiunte le rivendicazioni per un cambiamento radicale. Le proteste si sono estese alle maggiori città: Zenica, Brčko, e poi Sarajevo. È proprio nella capitale che rabbia e disperazione sono esplose con maggiore violenza: rabbia contro un sistema politico basato sulla corruzione e sul clientelismo, disperazione perché a distanza di vent’anni dalla guerra poco sembra migliorato. Sarajevo non è più sotto assedio militare, ma a molti i disordini di questi giorni hanno riportato alla mente la guerra: palazzi in fiamme, auto rovesciate e carbonizzate.

In numerosi casi i manifestanti hanno aiutato i pompieri a spegnere gli incendi, e si sono adoperati per mantenere un minimo di ordine e pulizia. Non sono mancati però atti di vandalismo e violenza. A Sarajevo è stato appiccato un incendio all’Archivio Nazionale della Bosnia, e sarebbero andati perduti importanti documenti risalenti al periodo austro-ungarico. Si usa il condizionale perché le notizie che giungono da Sarajevo sono spesso confuse e contraddittorie: secondo alcuni i danni sarebbero reali, per altri si tratterebbe solo di un tentativo di criminalizzare i manifestanti.

Tentativo che sta avendo i suoi effetti nella Republika Srpska (entità serba della Bosnia), il cui Presidente, Milorad Dodik, ha dichiarato che le rivolte in corso nella Federazione (entità croato-musulmana) hanno il chiaro obiettivo di destabilizzare la sua entità, portandola così all’unificazione. Ciononostante, a Banja Luka e Bijeljina una trentina di persone hanno manifestato come forma di solidarietà verso i concittadini della Federazione.

Alcuni di loro, intervistati da giornali locali, hanno affermato che in Republika Srpska pochi protestano perché, se non si pensa come la maggioranza, si viene additati quali traditori. Secondo loro la classe politica locale sta diffondendo una cultura della paura e dell’odio, creando una paranoia della persecuzione, con una retorica simile a quella usata da Milošević negli anni ’90. Solo i rappresentanti delle proteste della città di Prijedor sono stati ricevuti dal sindaco, ma si tratta di un’eccezione in tutta l’entità serba.

Non esiste una figura che guidi il movimento, nelle maggiori città si sono organizzate delle “plenarie”, riunioni aperte a tutti, senza discriminazione etnica o religiosa. Stupisce come queste assemblee sembrino funzionare: a Sarajevo, Tuzla, Brčko e altre città sono già state organizzate più sessioni. La prima richiesta è stata, appunto, le dimissioni delle autorità cantonali e la formazione di un governo di tecnici estranei alle cariche politiche.

Ma se molteplici sono le opportunità di questa “primavera”, che potrebbe non estinguersi presto come avvenuto per la Bebolucija, molteplici sono anche i pericoli. C’è il rischio, ad esempio che la protesta si trasformi in violenza fine a sé stessa, oppure quello che finisca per aumentare la contrapposizione fra le due entità: mentre nella Federazione dilagano le manifestazioni infatti, nella Republika Srpska tutto o quasi è fermo, in un silenzio irreale, e i media lanciano allarmi dipingendo i manifestanti come attentatori all’autonomia della propria entità.

Di sicuro l’attuale situazione bosniaca non è una sorpresa, neanche per le istituzioni europee. Tempo fa il Parlamento Europeo si era detto “profondamente preoccupato per la persistente mancanza di visione comune evidenziata dai leader politici delle tre comunità etniche del paese”, sottolineando “la necessità di armonizzare e riformare i frammentati sistemi di protezione sociale, così da garantire parità di trattamento a tutti i cittadini [..] e di attuare le riforme del mercato del lavoro al fine di contrastare l’elevato tasso di disoccupazione che mina la stabilità macroeconomica”.

Poche righe, che racchiudono però le stesse rivendicazioni urlate poi in piazza dai cittadini bosniaci. Un punto che dovrebbe far riflettere la classe politica del Paese.

Nell’immagine, auto in fiamme nei pressi del palazzo presidenziale a Sarajevo, immagine del 7 febbraio 2014 (© Palapa, Wikimedia Commons)

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

Check Also

Trump

Le promesse di Trump complicano le relazioni fra UE e Stati Uniti

di Luigi Pellecchia Con la presidenza Trump, i rapporti tra Stati Uniti ed Unione Europea …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *