giovedì , 22 febbraio 2018
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Iran e nucleare, nuovo stallo per i negoziati

Sembrava fatta e invece nessun accordo alla fine è stato raggiunto. Il trend di fallimenti degli ultimi dieci anni di negoziati tra Teheran e i P5+1 (o EU3+3) non sembra aver interrotto il suo corso, ma non vi è alcun dubbio che questa volta siano stati compiuti passi da gigante. Un accordo su una momentanea interruzione dell’arricchimento di uranio da parte dell’Iran, in cambio di un alleggerimento del regime sanzionatorio, sembrava ormai imminente, tanto che una bozza che prevedesse una tale interruzione per non più di sei mesi era già sul tavolo negoziale nelle giornate di venerdì e di sabato.

Nonostante la segretezza delle negoziazioni e del contenuto dell’accordo, le indiscrezioni provenienti dalle camere di Ginevra sembravano far trapelare un sostegno diffuso fra le parti in causa, soprattutto  fra gli attori principali – Washington, Mosca e Teheran in primis – ad una soluzione condivisa: l’approvazione della bozza avrebbe aperto una finestra temporale di circa sei mesi, durante la quale questioni più spinose (la gestione dell’uranio arricchito al 20%, le modalità di ispezione dell’IAEA e le incognite sugli impianti di Fordo, Arak e Natanz) avrebbero potute essere discusse attraverso meeting tecnici di più basso livello. In questo climax ascendente che ha caratterizzato gli ultimi due mesi di negoziati, la maggiore apertura internazionale da parte dell’amministrazione Rouhani, supportata esplicitamente dalla Guida Khamenei, avrebbe potuto raggiungere il suo massimo, dimostrando la “maturità” dell’Iran nel ricoprire il suo legittimo ruolo di membro della comunità internazionale (diritto all’energia nucleare incluso).

Anche per questa volta però si è trattato di un nulla di fatto. Sia le promettenti aspettative, sia la possibilità di un coerente approccio step by step sono improvvisamente naufragate a fronte degli interessi dei singoli Stati. Tuttora, non sono ben chiare le ragioni e gli attori a cui è imputabile l’inaspettato fallimento. Di primo acchito sembrerebbe che lo stallo sia stato indotto dalla volontà da parte della Francia di non sottoscrivere la bozza. Incertezze sul nuovo impianto di Arak, l’unico su cui l’Iran nega ripetutamente l’accesso agli ispettori della AIEA, nonché l’eccessiva “generalità” dell’accordo, sembrerebbero aver spinto il Ministro degli Esteri Laurent Fabius a interrompere anzitempo il silenzio stampa, esplicitando pubblicamente la sua opposizione al negoziato. Infrangendo la campana di segretezza attorno alla discussione e “scortesemente” anticipando le dichiarazione ufficiali della portavoce della UE Catherine Ashton, la Francia avrebbe agito nell’ottica di ribadire la sua politica di potenza in un’area di vecchi interessi coloniali e di recenti attriti politici (si ricordino i “battibecchi” fra Sarkozy e Ahmadinejad  nel 2007 e la successiva fornitura di armamenti ai Taleban impegnati nel settore francese dell’Afghanistan).

La seconda ipotesi, ufficialmente sostenuta in conferenza stampa da Segretario di Stato statunitense John Kerry e dallo stesso Fabius, imputerebbe le motiviazioni della disfatta all’incapacità della delegazione iraniana di poter autonomamente accettare o meno le condizioni negoziate. Nessuna sensibile spaccatura avrebbe avuto luogo nello schieramento dei P5+1, lasciando cadere la responsabilità sulla controparte iraniana. I continui rimandi alla necessità di consultarsi con il governo e con la Guida sembrerebbero aver condotto il ministro Javad Zarif  all’abbandono dei negoziati, nell’ottica di una loro successiva ripresa.

Muovendo dalle cause alle conseguenze, quello che sembra preoccupare maggiormente non è il fallimento in sé, ma le ripercussioni che quest’ultimo potrebbe avere sui futuri negoziati. In un contesto di forte opposizione politica interna, sia Stati Uniti che Iran dovranno fare i conti rispettivamente con Congresso e Majlis e con le fazioni più estreme dei rispettivi schieramenti politici. Per gli iraniani il nulla di fatto potrebbe risuonare come un’irrispettosa, arrogante e dispotica negazione del diritto assoluto dell’Iran all’energia nucleare. Sul fronte opposto, il tutto potrebbe essere letto come l’ incapacità iraniana di “sottomettersi” alle norme dei trattati di cui l’Iran stesso è firmatario. Con rammarico, appare ben chiara anche in questa occasione  l’incapacità di rintracciare una posizione univoca all’interno dei P5+1, sottolineando addirittura l’impossibilità per l’UE di addomesticare le pulsioni di un suo singolo membro al più generale bene dell’Unione.

In foto, tavolo dei negoziati a Ginevra. Da sinistra, Jacques Audibert, direttore generale per gli Affari Politici e la Sicurezza al ministero degli Affari Esteri francese, Helga Maria Schmid, Vice Segretario Generale del Servizio Europeo di Azione Esterna, Catherine Ashton, Alto Rappresentante UE, Javad Zarif e Seyyed Abbas Araghchi, rispettivamente ministro e vice-ministro degli Esteri iraniani. (© European Commission – 2013)

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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