martedì , 20 febbraio 2018
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Iran e nucleare: tante parole a Ginevra, ma zero accordi

Manca poco più di un mese alla chiusura della finestra temporale apertasi a novembre dell’anno passato per raggiungere una soluzione condivisa sulla questione del nucleare iraniano. Stati Uniti e Iran, riuniti lunedì e martedì a Ginevra, sembrerebbero, nonostante le parole dei rispettivi capi delegazione, non aver ancora raggiunto la soluzione di compromesso auspicata. Alcune questioni prettamente tecniche legate al numero e tipologia delle centrifughe ed alla quantità e qualità del materiale fissile sembrerebbero ostacolare qualsiasi passo avanti.

Entro il 20 luglio però, scadenza dell’accordo firmato il 24 novembre 2013 da Iran, Germania e i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (P5+1), si dovrà raggiungere un’intesa o, nell’eventualità di un nulla di fatto, prolungare le negoziazioni per altri sei mesi. I messaggi dei rispettivi capi delegazione, statunitense e iraniano, dopo 12 ore di discussioni sembrerebbero sereni e rassicuranti. Sia Marie Harf, portavoce americana, che il rappresentate del Ministero degli Esteri della Repubblica Islamica, Abbas Araqchi, hanno riconfermato il loro impegno per un nuovo round di negoziati a Vienna dal 16 al 20 giugno.

Entrambi hanno sottolineato l’importanza di questa fase e quanto questa riguardi snodi fondamentali (“critical juncture”) dell’intero negoziato e di un eventuale accordo fra l’Iran e la comunità internazionale. Durante i prossimi quaranta giorni le due amministrazioni saranno costrette a confrontarsi con dure scelte (“tough choices” come definite da entrambe), che influenzeranno l’intero equilibrio regionale del Medio Oriente. Nel caso in cui si raggiungesse un effettivo, implementabile e sostenibile accordo, rimarrebbero ancora non affrontate le questioni più scottanti, almeno secondo le posizioni più radicali e scettiche in Israele e Francia.

È tuttora da provare l’effettiva volontà di Teheran di diventare nel lungo periodo un Paese, nel senso militare del termine, non-nucleare. Da verificare anche le possibilità di controllare efficacemente tutte le attività iraniane direttamente connesse alla produzione di un ordigno, industria missilistica in primis. Nel caso di un mancato accordo per insormontabile divergenza di opinioni su alcuni punti chiave, o in caso di un rinvio, la situazione verrebbe nuovamente a complicarsi. Israele vedrebbe ancora una volta legittimate le sue rivendicazioni in merito all’inefficacia della soluzione di compromesso e un’eventuale opzione militare, ufficialmente accantonata durante gli ultimi mesi, tornerebbe ad agitare il tavolo dei negoziati.

La paura, mai ufficiosamente definita come tale, sia dai vertici europei che da quelli americani, rimane quella di un breakout”, vale a dire una rapida riconversione degli impianti nucleari civili attualmente attivi in Iran verso la produzione di materiale fissile per un ordigno. Non vi è alcun dubbio sulla fattibilità di tale opzione, molti di più ne permangono invece sulle tempistiche. Nel peggiore dei casi, stime USA prevedono la riconversione e il raggiungimento della quantità di materiale necessario nell’arco di 2-6 mesi, a seconda che si parli di uranio o plutonio.

A questi verrebbero aggiunti i tempi di “molding” (processo metallurgico per la configurazione dell’uranio in metallo trasportabile) e della produzione di una testata, complessivamente stimati tra i 6 e 8 mesi. Queste stime sono state rimesse in discussione proprio martedì, nel momento in cui il Ministro degli Esteri Iraniano Javad Zarif ha presentato un apposito report “indigeno” (primo nel suo genere) sulle tempistiche dell’eventuale breakout, stimato tra i 36 e 90 mesi.

Photo: © US Mission Geneva, 2013, www.flickr.com

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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