lunedì , 19 febbraio 2018
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Iraq: c’è ancora speranza a Baghdad?

Il 30 aprile si sono svolte le elezioni politiche in Iraq, le prime dopo il ritiro delle truppe americane avvenuto nel 2011. Si tratta di uno di quei giri di boa che molti Stati usciti da un conflitto falliscono, entrando in una spirale d’instabilità e conflitto a bassa intensità che risulta difficilmente controllabile. A contendersi i 328 seggi parlamentari e la guida del Paese sono l’attuale Presidente Al-Maliki, sciita e il favorito per la vittoria finale, e una caotica coalizione di partiti sunniti, guidata da Ayad Allawi.

Le elezioni per un Paese come l’Iraq, che ha subìto la presenza di forze militari straniere dal 2003 al 2011, potranno dimostrare alla comunità internazionale che l’Iraq ha ancora qualche speranza di farcela. Il buon esito delle consultazioni segnalerebbe ancora una volta che il rispetto delle regole democratiche può fare la differenza tra uno Stato fallito e uno con qualche speranza di sviluppo economico, politico e sociale. Le notizie provenienti da Baghdad, tuttavia, non sono univoche.

Infatti, da un lato è doveroso registrare le note positive, tra cui quelle espresse da Tim Arango, capo staff del New York Times a Baghdad. Il noto giornalista ha più volte sottolineato come le elezioni, per gli standard irakeni, siano state notevolmente tranquille. Certo, gravi incidenti non sono mancati, ma se si contestualizza l’attuale situazione dell’Iraq, si tratta di eventi che non hanno influenzato eccessivamente l’andamento delle elezioni.

Dall’altro lato, i giorni che hanno preceduto il voto sono stati caratterizzati da una forte instabilità. Il governo irakeno è stato costretto ad adottare misure eccezionali di sicurezza che hanno trasformato le consultazioni elettorali – simbolo universale di democrazia e autodeterminazione – in una pericolosa corsa ad ostacoli per l’intera popolazione.

L’instabilità è riconducibile alla particolare situazione interna che caratterizza l’Iraq. L’ex Paese di Saddam Hussein, infatti, è probabilmente il luogo dove la divisione tra sciiti e sunniti è meno netta di tutto il Medio Oriente. Dal 2011, il Paese è guidato dal già citato Al-Maliki, sciita e candidato nuovamente alle elezioni, che rappresenta la teorica maggioranza della popolazione irakena, per il 60% è sciita. Tuttavia, non è da escludere che i cambiamenti avvenuti nell’area, tra cui la guerra in Siria, abbiano modificato la composizione della popolazione che vede attualmente, in contrapposizione agli sciiti, una minoranza del 40% di sunniti.

Questi ultimi mal digeriscono una guida del Paese sciita e proprio la forte instabilità degli ultimi mesi è stata probabilmente causata dai movimenti ribelli sunniti come l’ISIL – Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – il quale punta a riunire in un califfato islamico l’Iraq e la Siria. Accanto a questa instabilità interna, si affiancano gli interessi dei Paesi vicini: ad est l’Iran, pilastro sciita del Medio Oriente, e fortemente interessato ad avere un vicino come l’Iraq, che continui ad essere sulla stessa lunghezza d’onda di Teheran. A nord la Turchia, la quale concentra la propria influenza nel Kurdistan irakeno, e ad ovest la Siria, cioè un Paese nel bel mezzo di una guerra civile, a maggioranza sunnita, ma guidato da uno sciita alawita come Bashar Al-Assad. In poche parole: non è esattamente una situazione ideale per una prova di democrazia come le elezioni politiche.

Nonostante tutte le complessità del caso, le elezioni si sono svolte con una partecipazione di circa il 60%. Tutto si può dire meno che la popolazione irakena non abbia la voglia e la volontà di uscire da una situazione che rischia di diventare assolutamente ingestibile. E’ presto per dire cosa accadrà all’Iraq nei prossimi anni, ma un forte indizio arriverà proprio dai risultati di queste elezioni che si sapranno entro un paio di settimane. La popolazione irakena sembra quasi voler dire: “the show must go on”.

In foto una donna mostra il suo orgoglio dopo aver votato a Nasiriyah (Foto: DVIDSHUB – Flickr) 

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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