martedì , 14 agosto 2018
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Iraq: la crisi ruota intorno al petrolio

Ancora una volta, l’Iraq ha i riflettori di tutto il mondo puntati, nuovamente a causa di interessi energetici. Il 30 giugno scorso l’ISIS ha proclamato la nascita del califfato islamico nei territori conquistati in Siria e Iraq. Un simile sforzo militare però, non può non avere alle sue spalle un forte sostegno finanziario e di intelligence. Chi c’è quindi dietro al ISIS e al suo leader al-Baghdadi?

Il principale sospettato, se non l’unico, è l’Arabia Saudita, che starebbe seguendo uno schema già applicato in Siria, finanziando movimenti di ribelli sunniti. L’obiettivo adesso è Baghdad e, indirettamente, anche Teheran. A spingere Riyad nella sua opera di destabilizzazione dell’Iraq vi sarebbero motivazioni legate al petrolio. I sauditi sarebbero infatti preoccupati dalle ambizioni sciite di inserirsi nel mercato mondiale dell’export di greggio.

Attualmente Baghdad produce 3 milioni di barili di greggio al giorno e le prospettive di crescita si aggirerebbero intorno ai 9 milioni dal 2020 in avanti. Fino ad ora i sauditi hanno sempre potuto contare sul sostegno di Washington per mantenere una posizione egemonica nel Golfo Persico. Tuttavia, gli equilibri regionali hanno iniziato a cambiare con la distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran dopo l’elezione di Hassan Rohani e con le trattative per il nucleare tenutesi a Vienna. Per la prima volta dopo decenni, Riyad potrebbe perdere il suo ruolo di partner dell’Occidente in Medio Oriente.

Uno scenario che i sauditi non possono permettere di avverarsi. Buona parte del welfare in Arabia Saudita infatti è sostenibile solamente grazie agli immensi introiti derivanti dalla vendita del petrolio. Inoltre, a peggiorare le cose per Riyad, il mercato internazionale del greggio ha subito recentemente rapide trasformazioni, a causa di un aumento dell’offerta che 30 anni fa sembrava utopistico e dal piano di autosufficienza energetica americana.

In Arabia Saudita hanno così convenuto come fosse necessario fermare o per lo meno rallentare le ambizioni di Baghdad e Teheran di conquistarsi una fetta importante del mercato del greggio. L’ISIS ha così iniziato la sua marcia in territorio iracheno. Al momento, le conquiste più importanti sono avvenute a nord  – nei pressi dei pozzi petroliferi di Kirkuk, dove gli jihadisti sono stati fermati dai curdi – e nel centro, laddove però non vi sono importanti impianti petroliferi. I maggiori stabilimenti sono invece a sud: è qui che ha sede la maggior parte della produzione irachena di greggio che, partendo dal Golfo, può raggiungere i Paesi importatori via mare. Ed è esattamente a sud che sono diretti gli jihadisti dell’ISIS.

In seguito agli attacchi, il sostegno di Teheran al governo è stato immediato, tramite l’invio di caccia dell’aeronautica iraniana, a dimostrare quanto il fronte sciita sia compatto nell’opporsi alle manovre dei sauditi. La posizione degli Stati Uniti invece non è ancora chiara. Barack Obama ha inviato 200 consiglieri militari a Baghdad e ha dato l’ordine ad alcune navi della flotta di muoversi verso il Golfo Persico, ma, per il momento, non si è ancora capito se vi sarà un intervento diretto delle truppe statunitensi. Il Presidente americano si è limitato a condannare gli attacchi perpetuati dall’ISIS e ha auspicato, in accordo con l’UE, la creazione di un nuovo governo che sappia rappresentare le varie etnie nazionali.

La posizione di Bruxelles è molto delicata. Dall’Arabia Saudita importa il 9% del greggio totale e dall’Iraq poco più del 3%. Cifre importanti. Probabilmente l’UE dovrà seguire le direttive dettate da Washington, ma le situazioni sono decisamente diverse. Se gli Stati Uniti possono infatti contare su riserve interne e sull’autosufficienza energetica, così non è per l’Unione Europea. Nel Vecchio Continente ci si augura che la situazione nel Golfo Persico non degeneri sia da una parte, ovvero con la conquista e il possibile blocco dei pozzi petroliferi a sud per mano dell’ISIS, sia dall’altra, con un deciso intervento americano che possa far cambiare drasticamente i rapporti di forza in Medio Oriente e portare ad un’interruzione di flussi di greggio da Riyad.

Sebbene quest’ultima prospettiva sia al momento piuttosto improbabile, Bruxelles non può che augurarsi che la situazione in Iraq non degeneri ulteriormente e non comprometta la sua già delicata condizione di sicurezza energetica. Queste preoccupazioni saranno probabilmente manifestate dal Commissario all’Energia Gunther Oëttinger nella sua visita a Washington il 15 Luglio prossimo.

In foto un pozzo petrolifero a Kirkuk (Foto: William John Gautier, www.flickr.com, 2011)

L' Autore - Nicola Costanzo

Responsabile Energia - Laureato magistrale in Scienze Internazionali all’Università di Torino con una tesi sul ruolo che Aldo Moro ebbe nella politica mediorientale italiana e nei relativi rapporti con gli Stati Uniti. Appassionato di relazioni internazionali, geopolitica e politica energetica, nutro un forte interesse verso le relazioni che l’Europa intesse con il resto del mondo. Orgoglioso di fare parte di questa rivista.

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