martedì , 20 febbraio 2018
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Iraq: possibile convergenza USA-Iran contro l’ISIS?

Amicus meus, inimicus inimici mei! Così veniva scandito dai romani il più comune proverbio secondo il quale il nemico del mio nemico risulterebbe essere mio amico. Niente di più appropriato potrebbe essere detto descrivendo l’evolversi della crisi irachena e delle sue ripercussioni sull’intero palcoscenico politico mediorientale. L’intensificarsi delle azioni dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham) nella parte nord-occidentale del Paese, culminate con la rapida capitolazione di Mosul, sembrerebbero preoccupare fortemente non soltanto l’Occidente, ma anche i più vicini Paesi confinanti, come l’Iran.

Le milizie islamiste sembrerebbero disporre di mezzi e risorse sufficienti, in parte saccheggiate durante il ritiro delle forze governative irachene, nonché di altrettanta volontà per minacciare seriamente e nel breve periodo la sopravvivenza dell’Iraq post-2003. Tale minaccia sembrerebbe essere ulteriormente riconfermata dai tentativi del governo del premier sciita al-Maliki di dichiarare lo Stato di Emergenza e dall’appello dell’Ayatollah iracheno Ali al-Sistani volto a una comune azione sciita alla minaccia islamista. La “chiamata alle armi” sembrerebbe non aver coinvolto esclusivamente le comunità sciite del sud, presso le quali sembrerebbe essere in atto una distribuzione di armi ai fini di autodifesa, ma anche la comunità internazionale e i più importanti attori regionali.

Gli Stati Uniti, ancora incerti su un eventuale e concreto coinvolgimento, hanno prontamente implementato una serie di contromisure atte perlomeno a proteggere gli interessi e il personale diplomatico americano. Circa 100 Marines appartenenti al gruppo FAST (Fleet Antiterrorism Security Team), appositamente addestrato e creato dopo la morte dell’Ambasiatore Stevens a Bengasi per la protezione delle ambasciate americane, sono stati inviati nel Paese.

Ben più drastiche e consistenti le misure a livello regionale. La portaerei americana USS George H.W. Bush di stanza nel Golfo di Aden ha ricevuto nella giornata di domenica l’ordine di fare rotta per il Golfo Persico, appoggiata dalla nave da sbarco anfibio USS Mesa Verde, quest’ultima con a bordo circa 2200 Marines appartenenti alla 22nd Marine Expeditionary Unit. Contemporaneamente altre due imbarcazioni, l’incrociatore lanciamissili USS Philippine Sea e il cacciatorpediniere USS Truxtun, hanno ricevuto l’ordine di aggregarsi al gruppo di supporto della USS George H.W. Bush.

Per quanto meno consistenti e non ufficialmente riconosciute, anche la Repubblica Islamica dell’Iran sembrerebbe stia mobilitando parte delle sue truppe già presenti sul territorio iracheno. Proprio recentemente, Baghdad è stata oggetto di visita del Generale Qassim Suleimani, comandante delle brigate paramilitari iraniane Quds Force (parte delle Guardie della Rivoluzione Islamica-Pasdaran), già impiegate durante l’ultimo anno nei combattimenti in Siria. La presenza di quest’ultime, più volte riconfermata da fonti del New York Times, segnerebbe un più ampio coinvolgimento iraniano sia nei combattimenti contro l’ISIS a nord di Baghdad, sia nell’addestramento di milizie sciite irachene a difesa del governo di al-Maliki.

Nonostante tali provvedimenti, la minaccia posta dall’ISIS permane. Il gruppo islamista ha potuto sfruttare la disorganizzazione iniziale delle forze governative irachene per minacciare seriamente il cuore del Paese, Baghdad e i pozzi petroliferi del nord, avvalendosi delle risorse e gli aiuti provenienti dal progressivo (e amaro) ritiro dalla guerra siriana. Ed è proprio il timore che l’ISIS possa riscattarsi della sconfitta subita contro le forze di Assad che ha in qualche modo spinto interessi iraniani e statunitensi a convergere.

Sebbene non vi sia nessun accordo, le recenti dichiarazioni dei Presidenti Obama e Rouhani lasciano intuire una convergenza di interessi nell’eliminazione della comune minaccia islamista. Inoltre, sembrerebbe probabile che tale sovrapposizione venga sostenuta nell’immediato futuro da una “tacita”e celata cooperazione, come avvenuto in Afghanistan tra il 2001 e il 2003. Rimangono comunque in ballo tra i due attori questioni ben più importanti che potrebbero disincantare un’ufficiale cooperazione, quali l’asse Washington-Riyadh o le negoziazioni sul nucleare iraniano. Stupisce (o non), il non coinvolgimento dell’UE o degli Stati europei sebbene l’Iraq continui ad essere una delle principali fonti di approvvigionamento energetico.

In foto uno scorcio di Mosul nel 2007 (Foto: The U.S. Army – www.flickr.com) 

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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