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ISIS, Iraq e Siria: il risultato di una serie di errori

Tornato al centro dell’attenzione da più di qualche settimana, il terrorismo internazionale di matrice islamista preoccupa fortemente i governi dei Paesi direttamente coinvolti in fenomenologie di questo tipo e, indirettamente, le potenze occidentali e i Paesi più ricchi del pianeta. L’ ISIS (Stato Islamico di Iraq e al-Sham), ultimo ritrovato concreto di un pensiero tratto dall’interpretazione letterale ed estrema di un testo religioso, preoccupa la stabilità di un’intera regione e materializza nelle menti delle popolazioni occidentali scenari apocalittici di esplosioni improvvise e morti inaspettate.

La caduta di un governo, quello iracheno, su cui gli Stati Uniti (e gli altri Paesi occidentali) avevano riversato pesanti investimenti, nonché le ripercussioni nella vicina Siria, in Libano e Giordania, hanno rimesso in discussione la “politica dell’inazione” occidentale. Ora, nel tentativo di cambiare ulteriormente le carte in tavola e nell’ottica di fermare un’avanzata che fino a qualche settimana fa sembrava inarrestabile, Stati Uniti e Unione Europea hanno messo in moto i rispettivi organi decisionali, in modo da trovare una soluzione al “problema” nel minor tempo possibile.

Così, come le prime righe di un copione scritto e rispolverato all’occorrenza, gli Stati Uniti hanno dichiarato di voler intervenire militarmente, anche se non attraverso l’impiego di contingenti sul campo, a supporto dei propri interessi nell’area e del governo iracheno. Allo stesso modo, seguendo pressappoco lo stesso copione, ma nel ruolo di attore non protagonista, i singoli governi europei prima, e l’UE successivamente, hanno approvato modalità e consistenza dell’intervento. L’entità di quest’ultimo è però tutta da stabilire e dovrebbe riguardare l’invio di aiuti umanitari e il supporto alla popolazione civile. Difficile invece che la fornitura di armi alle fazioni in lotta in singole aree dell’Iraq, possa rappresentare una soluzione al problema e arginare, in qualche modo, il dilagare della minaccia di al Baghdadi.

Senza un’azione militare diretta, si rimarrà nell’incertezza. La decisione dell’UE sembra essere dettata, come spesso accade per i Paesi dell’UE, più dalla necessità di mostrare di voler agire che dalla volontà di farlo concretamente. Non che un massiccio intervento nei confronti dell’ISIS, dell’ancora “non-stato islamico”, o contro una qualsiasi delle organizzazioni islamiste e terroristiche internazionali da al-Qaeda fino ad Hamas, sia auspicabile. Servirebbe però una maggiore coerenza, nel lungo termine, nella scelta delle politiche occidentali in materia di counterterrorism e di azione nei Paesi più fragili e problematici dell’intero Medio Oriente.

Non sono direttamente imputabili all’occidente le questioni inerenti il diffondersi di ideologie islamiste o tanto meno le interpretazioni distorte ed estreme degli estratti coranici. Stessa cosa non può dirsi però in tema di militarizzazione di alcuni di questi gruppi, del reperimento di armi ed esplosivi e del loro addestramento. L’ISIS, se non figlio diretto, è certamente il nipote più prossimo dell’intervento europeo e statunitense nel conflitto siriano. È il congiungimento di una serie di azioni sbagliate, anch’esse portate avanti nell’ottica di un’azione obbligata per una soluzione di breve periodo, volte a favorire gruppi eterogenei, alcuni di essi non propriamente “democratici”, schieratisi contro il regime alawita del presidente Assad.

Oggi l’inazione non è più una politica perseguibile. È necessario guardare a delle politiche di lungo corso, mirate a “tagliare le teste” dei leader e delle sleeper cell, ma soprattutto alla drastica riduzione del loro bacino di approvvigionamento. A tal proposito bisogna inoltre valutare quanto azioni intensive e mirate come ad Abbottabad o come le continue incursioni dei droni in Yemen, possano realmente migliore un dialogo interreligioso e un processo di riconciliazione tra fazioni in lotta da anni. In politica estera, almeno per l’area in questione, azioni orientate alla strategie del dividi et impera o singoli e mirati bombardamenti non sembrano assicurare una duratura soluzione del problema. Intensificano invece la spirale di odio e violenza pronta a riversarsi nel vicinato e nelle stesse periferie dei Paesi occidentali.

Photo © Jayel Aheram, 2007, www.flickr.com

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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