martedì , 14 agosto 2018
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Israele e i nuovi insediamenti in Cisgiordania. L’UE protesta, debolmente

A poche settimane dalla perdita di uno dei più influenti e controversi uomini politici della sua storia, l’ex Primo Ministro Ariel Sharon, Israele torna prepotentemente a far sentire la propria voce e mette in forse il proseguimento dei negoziati di pace con la Palestina. Nell’occhio del ciclone, per l’ennesima volta, l’annosa questione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. Spinta forse dalla necessità di riaffermare sul piano interno la propria identità e superare il lutto collettivo per colui che per primo promosse la costruzione degli insediamenti, Tel Aviv ha recentemente ufficializzato l’intenzione di creare 1.400 nuove case in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est.

L’annuncio arriva nell’intervallo tra due viaggi nella regione compiuti dal Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, che a partire dallo scorso luglio ha rilanciato i negoziati di pace israelo-palestinesi con il dichiarato obiettivo di raggiungere un accordo entro 9 mesi. La decisione israeliana potrebbe essere quindi interpretata come un segnale della non-volontà di giungere ad un accordo con la Palestina di Abu Mazen? Se si guarda indietro nel tempo, dagli anni ’70 ad oggi, gli insediamenti israeliani hanno continuato a moltiplicarsi malgrado le condanne da parte della comunità internazionale.

L’annuncio è arrivato, stavolta più puntuale che mai, dopo il rilascio di 26 prigionieri palestinesi da parte del governo di Benjamin Netanyahu. Tra le clausole del rinnovo dei negoziati di pace, Tel Aviv aveva infatti accordato il rilascio graduale di 104 prigionieri detenuti per violenze, senza nascondere però che ad ogni rilascio avrebbe fatto corrisponderere un graduale ampliamento degli insediamenti. Nessuna sorpresa, quindi. Dal canto suo, l’Unione Europea ha lanciato, solo nel 2013, innumerevoli messaggi per denunciare quello che de facto è uno Stato nel non-Stato.

Un gioco di parole che ben descrive la surreale quotidianità di chi vive nei territori di occupazione palestinese. Al consueto messaggio di denuncia nelle parole di Catherine Ashton, è seguita la convocazione degli ambasciatori israeliani in quattro Stati Membri. Regno Unito, Spagna, Italia e Francia hanno infatti deciso di rincarare singolarmente la dose, per ricordare che le sanzioni verso gli israeliani che vivono negli insediamenti potrebbero essere ulteriormente incrementate, con danni economici per l’intero Stato d’Israele. Ad ogni annuncio di ampliamento degli insediamenti, ad esempio, è cresciuta in UE la pressione dei consumatori per boicottare i prodotti made in Israel.

Una mossa che ha infastidito Netanyahu che ha immediatamente risposto convocando, a sua volta, i rappresentanti diplomatici dei quattro Paesi, per sottolineare come la loro presa di posizione sia ipocrita e completamente sbilanciata a favore dei palestinesi. Anzi, a detta di Netanyahu, sarebbe la stessa UE a mettere a rischio i negoziati di pace, facendo credere ai palestinesi che le loro azioni violente siano prive di conseguenze. Richiamato dal Ministero degli Esteri di Tel Aviv anche l’ambasciatore UE, Lars Anderson Faborg, per un incontro a porte chiuse.

Ma l’UE è realmente sbilanciata a favore della Palestina? Non è dato saperlo, anche perché rimane difficile pensare che una quasi inesistente diplomazia a 28 possa avere una posizione ben definita in merito. Ciò che è dato sapere è che l’UE può più facilmente giocare le proprie carte con la Palestina. La fragile situazione economica di quest’ultima la rende senz’altro più dipendente dagli aiuti provenienti dai 28. Carta che di certo Bruxelles non può giocare con Tel Aviv, che rimane uno dei paesi economicamente più avanzati al mondo. Eppure lo scorso luglio si è avuto un piccolo passo avanti nelle relazioni diplomatiche UE-Israele, con la decisione del Consiglio Affari Esteri di inserire l’ala militare di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.

Una decisione a lungo rimandata, che ha finalmente dato risposta alle numerose richieste di Israele, direttamente minacciata dal gruppo libanese armato dall’Iran e notoriamente coinvolto in Siria. Un piccolo passo per l’Unione Europea, quasi privo di concretezza però per Israele. Ciò che appare sempre più nitidamente è che Bruxelles non ha ancora deciso quale ruolo giocare in Medio Oriente e che il suo approccio rimane frammentato e caratterizzato non da una ma da 28 voci. Se anche i negoziati di pace dovessero ripartire verso l’obiettivo di un accordo entro maggio, l’UE ne sarebbe quindi, senza dubbio, una semplice spettatrice.

Nell’immagine una veduta di Ramallah terza città, per grandezza, della Cisgiordania (Gerusalemme esclusa). (© Soman, Wikimedia Commons).

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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