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Kosovo: elezioni anticipate in cerca di stabilità

Il prossimo 8 giugno il Kosovo andrà alle urne. Lo ha annunciato ufficialmente, dopo un incontro con i leader dei partiti, Atifete Jahjaga, Presidente del Paese. Lo scorso 7 maggio il Parlamento ha votato il proprio “auto-scioglimento”, con i leader dei principali partiti politici hanno raggiunto un’intesa per indire le elezioni anticipate. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il “no” della minoranza serba alla proposta parlamentare di trasformare le forze di sicurezza kosovare in un esercito effettivo.

In base alla giovane Costituzione del Kosovo, per la creazione di forze armate nazionali sono necessari il sostegno di 2/3 dei parlamentari ed il voto favorevole dei 2/3 dei rappresentanti delle minoranze etniche. Proprio i rappresentanti serbi hanno impedito il raggiungimento del quorum, avanzando, come condizione per un eventuale voto favorevole, la richiesta di ottenere dei seggi riservati per un altro mandato elettorale.

Il premier Hashim Thaçi ha subito ribattuto dicendo che “non ha alcun senso mantenere in piedi un Parlamento incapace di votare per la creazione dell’esercito del suo stesso Paese”. La proposta governativa prevedeva di trasformare gli attuali 2.500 uomini delle Forze di Sicurezza del Kosovo in un esercito di 5.000 militari e 3.000 riservisti, che avrebbero dovuto coadiuvare le truppe NATO presenti nel Paese.

Le elezioni parlamentari dovevano inizialmente tenersi a novembre. Nel frattempo, i politici avrebbero dovuto completare la riforma elettorale, richiesta anche dall’UE, per evitare il ripetersi di brogli elettorali verificatisi anche nel 2010 durante le elezioni parlamentari. Lo scioglimento del Parlamento avrà pesanti ripercussioni anche sull’iter della riforma, attualmente bloccata in sala d’aspetto per una votazione che a questo punto sarà compito del nuovo Parlamento. A Pristina la notizia non ha stupito nessuno. Lo stallo politico era emerso anche in occasione delle discussioni per la creazione del Tribunale Speciale per i crimini di guerra commessi dall’UCK e dai suoi affiliati e per la mancata privatizzazione della PTK, Poste e Telecomunicazioni del Kosovo.

Alla tornata elettorale di giugno parteciperanno 18 partiti, 7 iniziative civiche, 4 coalizioni e un candidato indipendente. 8 liste saranno espressione della popolazione di etnia albanese, 5 di quella serba, 6 di quella bosniaco-musulmana, 3 dell’etnia rom, le restanti rappresentato le minoranze turca, egiziana, gorani e ashkali. Le operazioni di voto saranno monitorate da una missione di 90 osservatori della UE, coordinati dall’europarlamentare italiano Roberto Gualtieri.

L’OSCE intanto ha dato la propria disponibilità ad aiutare le autorità del Paese affinché le elezioni vengano svolte in modo regolare e trasparente, soprattutto nelle zone settentrionali del Kosovo a maggioranza serba. A garantire il rispetto dell’ordine ci saranno anche forze di polizia EULEX e KFOR. I due maggiori partiti serbi, il Partito liberale serbo e la Lista serba, appoggiata a sua volta da Belgrado, dovrebbero concorrere insieme per raggiungere un obiettivo comune: ottenere il numero di voti necessario numericamente e politicamente per poter essere influenti nella prossima legislatura.

A poco più di una settimana dal voto, i sondaggi vedono favorito il Partito democratico (PDK) del premier Hashim Thaçi. Un’ultima inchiesta condotta dall’emittente “ABC News” assegna al PDK il 30% dei consensi, rispetto al 26,9% di cui è accreditata la Lega democratica del Kosovo (LDK) di Isa Mustafa. Al terzo posto figura il movimento nazionalista Vetëvendosje! di Albin Kurti con il 17%, seguito dall’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) di Ramush Haradinaj – discusso personaggio politico, indagato ed assolto dall’ICTY per insufficienza di prove – all’11% e l’Alleanza per il nuovo Kosovo (Akr) di Begjet Pacolli che si attesta al 5,3%.

Molte le sfide che queste elezioni porteranno con sé, ma tra i politici spira un vento di ottimismo: il voto anticipato potrebbe condurre ad una auspicata maggiore stabilità politica, condizione essenziale per accrescere la credibilità nel panorama internazionale del Paese più giovane d’Europa, dichiaratosi indipendente il 17 febbraio 2008 e non ancora riconosciuto neanche dalla totalità dei Paesi dell’Unione Europea.

Nell’immagine, manifesto elettorale del PDK, del 2007 (© Shkumbin Saneja, 2007, www.flickr.com)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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