lunedì , 19 febbraio 2018
18comix

Kosovo-Serbia: l’accordo è possibile

Nonostante il fallimento del settimo round di trattative tra il premier serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaçi, alla presenza dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE Catherine Ashton, tenutosi il 20 marzo scorso, un accordo tra le due parti non è mai sembrato così vicino. Tale accordo costituirebbe finalmente un successo per la politica estera europea che, da anni, oltre ad “incoraggiare” le riforme e a sostenere economicamente il Kosovo con circa 2 miliardi di euro nell’ultimo decennio, conduce per la “stabilizzazione dell’area” un impegno su due livelli. Sul terreno, attraverso la European Union Rule of Law Mission (EULEX), la più grande missione civile mai messa in campo dall’UE, e dal punto di vista diplomatico, guidando dal marzo 2011 il dialogo politico Serbia-Kosovo.

Se fino a poco tempo fa un accordo sembrava impensabile, basti pensare al luglio 2011, quando nazionalisti serbi bruciarono il check-point di Jarinje, al confine tra Serbia e Kosovo, oggi nonostante piccoli episodi di violenza la situazione è cambiata. L’accordo appare nell’aria se paragoniamo l’attuale focus dei negoziati al fatto che fino a qualche mese fa la discussione verteva ancora sullo status del Kosovo in quanto Stato indipendente o provincia serba.[1]

kosovoOggi il nodo della questione è invece lo status del Nord Kosovo. La zona, a nord del fiume Ibar, è composta da quattro municipalità (Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan, Lepasovic) e, pur essendo parte integrante del territorio kosovaro, è abitata per il 94% da Serbi. Proprio la Serbia mantiene, in questa parte della sua ex-provincia, il controllo su scuole, tribunali, polizia ed autorità civili, col consenso della popolazione locale che si rifiuta di rispondere all’autorità di Pristina. La Serbia mira a mantenere un certo controllo sulla regione, ma non sembra più intenzionata a mettere in discussione la sovranità del Kosovo. Un cambio di atteggiamento dovuto alla svolta politica serba del luglio 2012 che ha portato al potere il socialista Dačić, ma anche al già citato doppio impegno dell’UE.

È dal 2008, infatti, che il team di esperti civili inviati dall’UE (circa 2.000 tra forze di polizia, magistrati, giuristi e funzionari doganali) ha affiancato la nascente burocrazia kosovara, svolgendo attività di MMA (Monitoring, Mentoring and Advising), con l’obiettivo di arrivare alla costruzione di uno Stato di diritto, una magistratura indipendente e una polizia multietnica.[2] Le squadre di EULEX oltre alle attività di consulenza, hanno anche funzioni esecutive, potendo disporre ed eseguire arresti in caso di problemi legati a terrorismo, crimini di guerra, criminalità organizzata o crimini finanziari.

Sul fronte diplomatico, dal marzo 2011 l’UE presiede al tavolo bilaterale Serbia-Kosovo, trasformatosi nell’ottobre 2012 in una vera e propria mediazione, condotta dall’Alto Rappresentante Ashton. La strategia usata per incentivare la cooperazione è stata quella di trovare accordi su singoli aspetti pratici (es. dogana, targhe, passaporti), con la speranza che la risoluzione di problemi tecnici minori potesse creare un clima di maggiore fiducia reciproca. Adesso che sembrano esserci le condizioni per un accordo più ampio, l’UE sta usando la collaudata “carota” dell’allargamento per ammorbidire le posizioni di Belgrado (con la promessa di indicare nel vertice di giugno la data di inizio dei negoziati per l’adesione) e Pristina (status di Paese candidato all’adesione). Il nodo, si diceva, resta il grado di autonomia del Nord Kosovo. I serbi, di Serbia e del Kosovo, vorrebbero che fosse totale, dal punto di vista amministrativo, giudiziario e dell’educazione. Pristina ovviamente rifiuta.

Il punto d’incontro potrebbe essere una “associazione di municipalità serbe”, formalmente sotto la giurisdizione kosovara ma dotata di ampia autonomia nel campo dell’educazione, della gestione delle risorse e dotata di una propria polizia municipale, distinta dalla Kosovo Police. Pristina preferirebbe quattro municipalità autonome ma distinte, senza legami orizzontali e senza istituzioni che le leghino, per evitare la formazione di uno “Stato nello Stato” e per non differenziare il trattamento da quello di altre zone del proprio territorio a maggioranza serba (altre otto municipalità a sud del fiume Ibar). Per convincere il governo kosovaro potrebbe essere sufficiente, da parte di Belgrado, un impegno a garantire lo stesso trattamento agli albanesi di Serbia, gli abitanti della valle di Presevo (estremo sud del territorio serbo). Si tratterebbe di soluzioni simili a quella della “Republika Sprska” dei serbi di Bosnia.[3]

La sensazione è che l’accordo sia vicino e che si stia prendendo tempo per permettere alle parti in causa di “veicolare” la notizia e far “ingoiare il rospo” ai vari movimenti nazionalisti che in Serbia, in Kosovo, ma anche in Albania, spingono per posizioni intransigenti. Il prossimo incontro è in programma per il 2 aprile. Sarà la volta buona?

[1] Stati membri dell’UE come Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Bulgaria non l’hanno ancora riconosciuto, al pari di Cina e Russia.

[2]Il 4 febbraio 2008, giorno precedente alla proclamazione dell’indipendenza, l’UE approvava la missione EULEX, in sostituzione di quella UNMIK delle Nazioni Unite nel quadro della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza e prevista dal piano per la pace noto come piano Ahtisaari.

[3] Occupa il 49% del territorio bosniaco. Viene creata dopo gli accordi di Dayton.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

Check Also

Trump

Le promesse di Trump complicano le relazioni fra UE e Stati Uniti

di Luigi Pellecchia Con la presidenza Trump, i rapporti tra Stati Uniti ed Unione Europea …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *