venerdì , 23 febbraio 2018
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Kosovo: traffico d’organi e crimini di guerra, via libera al Tribunale speciale

Era il 2008 quando l’ex procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) Carla Del Ponte denunciava nel suo libro “La caccia. Io e i criminali di guerra” il presunto prelievo di organi da più di 300 persone deportate dal Kosovo nel nord dell’Albania.

Atroci sospetti da approfondire, che hanno innescato altre indagini, come quelle del senatore svizzero Dick Marty per conto del Consiglio d’Europa. Il suo rapporto “Trattamenti disumani e i traffici illeciti di organi in Kosovo” rivela che alla fine della guerra in Kosovo, tra il 1998 e il 1999, l’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), l'”Esercito di Liberazione del Kosovo”, gestiva strutture di detenzione segrete in cui venivano deportati e tenuti in condizioni disumane serbi e rom, ma anche kosovari di etnia albanesie accusati di collaborare con l’esercito serbo. L’obiettivo era quello di farli sparire dopo averne esportato gli organi in casolari di campagna come la nota “Casa gialla” o, dopo la fine delle ostilità, in cliniche come “Medicus”, entrambe nei pressi di Prizren.

Organi destinati al mercato nero, il cui traffico veniva gestito dall’UÇK. Oggi molti ex-membri UÇK rivestono anche importanti cariche politiche nel Paese, ad esempio il premier Hashim Thaçi, che all’epoca comandava il Gruppo di Drenica, falange dell’UÇK. Le accuse però sono sempre state respinte dai diretti interessati e mai approfondite né dalla giustizia kosovara né da quella della Repubblica di Albania.

Samuel Zbogar, Rappresentante Speciale dell’UE in Kosovo, da tempo auspicava la creazione di un Tribunale speciale internazionale per processare le persone sospettate di coinvolgimento nel traffico d’organi e nei crimini di guerra compiuti verso civili e combattenti durante e dopo la guerra tra Serbia e Kosovo. A dare un forte e concreto impulso alla creazione del Tribunale sono stati gli Stati Uniti e l’UE, che avrebbe già stanziato 150 milioni euro. Nel progetto si legge che il Tribunale avrà sede legale in Kosovo, anche se alcune udienze si svolgeranno nei Paesi Bassi, all’Aja, per assicurare la protezione dei testimoni e la terzietà ed l’imparzialità dei giudici.

La vicenda ha aperto un forte dibattito tra i vertici politici del Kosovo. Dopo un acceso dibattito, il 23 aprile il Parlamento kosovaro ha approvato con 89 voti favorevoli e 22 contrari la legge di autorizzazione alla ratifica dell’Accordo per istituire il nuovo Tribunale. Polemiche le parole del premier Thaçi, che a margine della votazione in aula ha affermato che la creazione del Tribunale sarebbe “un’enorme ingiustizia verso il Kosovo e la sua gente. La nostra guerra era giusta e in linea con il diritto internazionale dei conflitti armati”.

Nel corso del dibattito altri parlamentari hanno alimentato la discussione, continuando a respingere le accuse di crimini di guerra e traffico d’organi. Fatmir Limaj, un ex-comandante dell’UÇK, assolto dall’ICTY per insufficienza di prove dall’accusa di aver ucciso, maltrattato e torturato, ha messo in discussione il motivo per cui il Kosovo dovrebbe avere un Tribunale speciale, mentre ad altri Stati ugualmente teatro di eventi bellici – come la Bosnia-Erzegovina – la comunità internazionale ha accordato la possibilità di giudicare gli accusati di analoghi crimini presso tribunali e corti interne.

Negli stessi giorni il Parlamento ha anche approvato l’estensione fino al 2016 della missione EULEX, che dal 2008 ad oggi ha di fatto sostituito la missione ONU UNMIK. Lo staff EULEX consta di circa 3000 persone tra magistrati e agenti di polizia, sia locali che internazionali, che hanno il compito di ristabilire lo stato di diritto, in un contesto tutt’oggi molto fragile, attanagliato dalla corruzione e dal crimine organizzato.

In questo contesto la creazione del Tribunale speciale potrebbe porre fine all’impunità di cui da anni godono alcuni esponenti ed ex-affiliati dell’UÇK, aiutando perlomeno a fare luce su alcune ombre relative al passato. E facendo cadere così quello che Carla Del Ponte definiva come il “muro di gomma”, ovvero “il rifiuto di collaborare (con la giustizia internazionale, ndr) travestito da qualcosa che un rifiuto non sembra”.

In foto, un murales raffigurante Carla Del Ponte (© Thierry Ehrmann / Flickr – 2010)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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