mercoledì , 15 agosto 2018
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Kosovo: un successo della mediazione europea, un passo avanti verso un vero Stato ?

Il 23 aprile, il Commissario per l’allargamento e la politica europea di vicinato Stefan Füle in visita a Pristina ha voluto ancora una volta evidenziare il successo della mediazione europea fra Serbia e Kosovo. Mostrandosi ottimista, si è trattenuto a colloquio con il Ministro per l’integrazione europea Vlora Çitaku. In un periodo di crisi economica e di ridefinizione del “progetto europeo”, l’esito positivo delle trattative portate avanti con caparbietà dall’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton non possono che avere un effetto benefico, ricordando a tutti il peso e le capacità diplomatiche di un’Europa che non si arrende.

Se l’Unione Europea è rinfrancata dall’ottimo risultato diplomatico, immaginando nuovi progressi per il cammino europeo dei due paesi, nei Balcani i festeggiamenti sono ancora lontani. Molti serbi sono contrari ad un Kosovo indipendente e lo stesso parlamento continua a discuterne anche oggi, in seduta straordinaria. Inoltre, i serbi di Kosovo si sono detti delusi dal comportamento di Belgrado: faranno il possibile per evitare l’attuazione dell’accordo, motivo per il quale hanno richiesto un referendum popolare. La storia che lega Pristina e Belgrado è densa di ostacoli e non-riconoscimenti. Il non-riconoscimento di un’indipendenza, quella kosovara, sancita nel 2010 dalla Corte internazionale di giustizia, ma di fatto ancora virtuale.

Il nord del piccolo stato è sempre rimasto legato alla Serbia, costruendo istituzioni parallele, combattendo e continuando a rivendicare il proprio diritto a non riconoscere l’autorità di Pristina. Il Kosovo come Stato è ancora fortemente dipendente dagli aiuti internazionali e sull’orlo del fallimento: sono presenti sul suo territorio la missione civile Eulex e quella Nato, con il compito di promuovere uno stato di diritto e di mantenere l’ordine nel Paese. Più dei non-riconoscimenti dell’indipendenza politica e dell’autonomia statale, grave è la negazione delle specificità culturali.

Come spesso accade nei Balcani, politica e cultura si fondono e avanzano a braccetto, finendo per influenzarsi una con l’altra. In questo modo, lo scontro politico si riflette nell’intolleranza culturale: i serbi-kosovari si sentono “sotto attacco”, circondati da gente ostile, pur essendo in una terra che considerano propria di diritto. Ancora una volta, la questione “nazionalità” ritorna prepotentemente: la nazione è qui considerata non come un concetto legato alla cittadinanza, ovvero il vivere o meno in un determinato Stato, ma come un concetto di sangue, di etnia. Diventa quindi impensabile la convivenza di due popolazioni differenti all’interno di un solo organismo statale. Questa visione è un lascito della dissoluzione della Federazione Jugoslava e dei nazionalismi aggressivi che ne scaturirono e ancora condizionano la vita politica odierna.

Fule chiama “successo” l’accordo fra Pristina e Belgrado. Sicuramente è un evento storico che pone un importante punto di partenza per risolvere una diatriba che si estende su 624 anni di storia, ma non un successo. Il problema di fondo rimane. Se si leggono i quindici punti che compongono l’accordo sembra prefigurarsi più una tregua, che non una soluzione vera e propria. In questo senso, il punto 14 è il più esemplificativo: «Si è convenuto che nessuna delle due parti bloccherà o incoraggerà altri a bloccare il progresso del lato opposto, nei rispettivi percorsi europei». Inoltre si assiste ad una rigida divisione su base etnica. Si creerà un’associazione o comunità delle municipalità a maggioranza serba, le quali avranno totale autonomia in alcuni settori, fra i quali l’istruzione. Totale autonomia. Significa che all’interno del Kosovo ci saranno due sistemi di istruzione differenti, significa che i bambini serbo-kosovari cresceranno divisi dai coetanei.

La generazione futura non avrà quindi la possibilità di confrontarsi reciprocamente, di accettare le diversità culturali, con il rischio di perpetuare un clima di sospetto fra due popolazioni che sono le parti essenziali di un solo Stato. Anche il sistema giudiziario ne esce spezzato. Pur non avendo un’autonomia giudiziaria, si formeranno corti ad hoc per il nord Kosovo, formate da giudici a maggioranza serba. È come se si creassero due società destinate a non incontrarsi mai, nonostante condividano la responsabilità di gestire uno stesso Stato. Unica eccezione è il corpo di polizia, il quale sarà uno solo e dipenderà completamente da Pristina.

Si tratteggia così un futuro Kosovo spartito al suo interno. Sorge spontanea la domanda: “come faranno le due popolazioni o nazionalità a gestire insieme uno stato?”. La risposta è ancora tutta da scoprire, ma l’augurio è che si inizi una collaborazione basata sui problemi dei cittadini, si riconoscano essi nella nazionalità kosovara o serba. Una collaborazione basata su necessità imminenti, che possa con il tempo indebolire il muro di sospetto che divide il Kosovo.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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