Bosnia
Il Presidente del Consiglio bosniaco in Denis Zvizdic conferenza stampa con Mogherini e Hahn © European Commission, 2015

La Bosnia deposita la candidatura per entrare nell’UE

La candidatura a Paese membro presentata dalla Bosnia Erzegovina il 15 febbraio è stata accolta da molti con una certa sorpresa. Da una parte, tutte le attenzioni erano rivolte alle diverse crisi che sta affrontando l’UE, dall’altra parte, la Bosnia sembrava ancora lontana dal compiere questo passo.

Bosnia Erzegovina: un Paese (ancora) complesso

La situazione bosniaca è piuttosto complicata: la disoccupazione non accenna a diminuire (preoccupante quella giovanile al 57%), la lotta alla corruzione è per ora poco efficace, l’amministrazione pubblica poco trasparente, la società è ancora divisa secondo le tre nazionalità preponderanti (serbi, croati e musulmani), l’apparato statale è complesso e pletorico, la classe politica miope ed incapace.

Eppure, in sede europea la candidatura è stata accolta con un certo ottimismo: l’Alto Rappresentante per la politica estera Federica Mogherini ha affermato che “è un’ottima notizia e un forte messaggio per il futuro e un buon segnale per i cittadini bosniaci”. Anche il Commissario Johannes Hahn è ottimista, pur precisando che “questo è l’inizio di un periodo di duro lavoro. Non si può diventare Paesi membri in un paio di mesi”.

Sono proprio l’impegno necessario e le riforme da portare avanti a creare preoccupazione in alcuni cittadini. Esemplificativa la lettera aperta di un gruppo di intellettuali, che invita i politici a non usare la candidatura all’UE solo per la propria propaganda elettorale, ma di considerarla per quello che realmente rappresenta: un passo importante che presuppone serietà e molta volontà, altrimenti sarà solo un fallimento.

Il meccanismo di coordinamento fra UE e Bosnia

La candidatura della Bosnia ha sorpreso anche per un’altra ragione: da anni i politici del Paese non riuscivano ad accordarsi sul cosiddetto “meccanismo di coordinamento”, ovvero lo strumento giuridico che permetterà di dialogare efficacemente con Bruxelles, e sembrava che un accordo sulla materia fosse ancora lontano. Invece, il 9 febbraio diverse agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che la gazzetta ufficiale avrebbe pubblicato in giornata il meccanismo di coordinamento adottato, rendendolo di fatto una legge.

Sorpresi non solo i cittadini, ma anche numerosi politici locali, che accusano il governo statale di aver approvato segretamente l’accordo. Secondo la gazzetta, il meccanismo è stato approvato il 26 gennaio, ma, come molti hanno denunciato, il 26 gennaio non era prevista nessuna seduta. Nonostante questo il Presidente del Consiglio dei Ministri Denis Zvizdic, in un’intervista a un giornale locale ha affermato che non c’è stata nessuna seduta segreta.

Un copione già visto?

L’odierna situazione bosniaca, il passo importante appena compiuto, il meccanismo di coordinamento approvato all’ultimo minuto e il cauto ottimismo generale, ricorda, purtroppo, un copione visto più volte in Bosnia. Tutto si riassume in una frase: fare il minimo necessario per passare al passo successivo. Così è successo per quanto riguarda l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione: precondizione per siglare l’accordo era la riforma della polizia. Nel 2005 c’era un certo ottimismo sulla riuscita della riforma, ma ben presto i negoziati fra i vari livelli di governo bosniaci si sono arenati, di fatto rifiutando l’iniziale e ambiziosa bozza. Infine, è stata approvata una riforma sulla polizia limitata e che di fatto non ha risolto nulla, se non permettere di siglare l’AAS.

Tante le sfide che attendono la Bosnia, alcune delle quali particolarmente ardue: la riforma della Costituzione, dichiarata incompatibile con la Dichiarazione Europea sui Diritti dell’Uomo con la sentenza Sejdic-Finci del 2009, è solo un esempio delle tante questioni irrisolte che affliggono il Paese. Il percorso sarà ancora molto lungo, Junker ha già fatto sapere che non ci saranno nuovi membri dell’UE durante il suo mandato e secondo alcuni analisti la Bosnia impiegherà circa dieci anni a compiere tutte le riforme necessarie. La speranza è che nel frattempo la classe politica bosniaca maturi e impari a collaborare con la società civile che, dopo le grandi proteste del 2014, cerca di far sentire la propria voce.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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