martedì , 20 febbraio 2018
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La Croazia si appresta ad entrare nell’UE: allievo modello o nuovo pericolo?

La Croazia è, tra i Paesi che hanno aderito all’Unione Europea negli ultimi dieci anni, il più preparato”. Così si è espresso il Vice-Presidente della Commissione Europea Maroš Šefčovič in occasione della sua visita a Zagabria del 13 e 14 giugno, durante la quale ha incontrato le più alte cariche croate, tra cui il premier Zoran Milanović, e il “neo-collega” Neven Mimica, che dal primo luglio diventerà Commissario alle Politiche per il Consumatore dell’UE, con cui si è congratulato per l’incarico ricevuto. “Io credo che, grazie al lungo percorso compiuto, la Croazia potrà cominciare a funzionare come uno Stato membro più facilmente di quanto è avvenuto per gli altri” ha aggiunto, facendo il paio con quanto aveva dichiarato il Commissario all’Allargamento Štefan Füle in occasione della presentazione del “Monitorig Report” sul Paese balcanico dello scorso marzo, quando aveva anche escluso forme di monitoraggio post-adesione come quelle adottate per Romania e Bulgaria.

Le parole di Šefčovič, malgrado rivolte ai cittadini – ha partecipato anche ad una conferenza sulle “Prospettive Future dell’UE a 28 Stati” all’Università di Zagabria – ed alle autorità croate, sono sembrate più che altro volte a rassicurare gli altri Stati membri e l’opinione pubblica europea, scottata dalle recenti esperienze di Cipro e Slovenia. Non mancano infatti le preoccupazioni: basti pensare al titolo con cui il quotidiano tedesco Bild aveva dato notizia del via libera del Bundestag all’adesione croata, “La Croazia ha posto le basi per diventare la nuova Cipro”.

Eppure la Croazia è stata la prima “vittima” del nuovo approccio dell’UE all’allargamento, voluto soprattutto dalla stessa Germania: via libera all’adesione di nuovi membri solo quando sono pienamente preparati dal punto di vista economico, senza subordinare la scelta ad esigenze di tipo geo-strategico. Un percorso durato dieci anni – la Croazia ha presentato domanda di adesione nel 2003 – e che Šefčovič non ha esitato a definire “impressionante, tenuto conto della devastazione da cui la Croazia partiva, dopo le guerre della ex-Jugoslavia”, ma che non sembra sufficiente a tranquillizzare appieno le istituzioni comunitarie e gli Stati membri.

La Croazia infatti, pur avendo un rapporto debito/PIL al 53,6%, quindi pienamente in linea con i parametri di Maastricht (< 60%), potrebbe essere sottoposta immediatamente alla procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione, a causa del rapporto deficit/PIL al 4,6% quest’anno e che secondo le previsioni potrebbe diventare 5,6% nel 2014, ben al di sopra alla soglia consentita del 3%. Anche gli altri parametri economici di Zagabria preoccupano: alti il tasso di disoccupazione (15,8%), l’inflazione (3,3%) e il tasso medio con cui si finanzia sui mercati: 4,9% sui titoli decennali, contro il 4,2% dell’Italia e il 4,5% della Spagna. Risulta poi bassa, anzi negativa, la crescita, visto che il Paese è in recessione dal 2009 e per quest’anno si prevede un -1%.

L’altra forma di diffidenza nei confronti della Croazia è simile alla paura che nel 2004 aveva generato “la sindrome dell’idraulico polacco“: quella di un’invasione di manodopera a basso costo. Persino la vicina Slovenia, che si aggiunge a Regno Unito, Germania e Austria, ha deciso infatti di usufruire per due anni della moratoria prevista dal Trattato di adesione della Croazia, che permette ai 27 di limitare per un massimo di 7 anni l’accesso al proprio mercato del lavoro dei cittadini croati. Ancora indecise Francia e Italia, nonostante le insistenze del presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, che ha scritto al Presidente del Consiglio Enrico Letta, chiedendo di adottare la moratoria, necessaria per tutelare il mercato del lavoro del nord-est, già in difficoltà. Posizione criticata invece dal neo-presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, per la quale il vero rischio è che le imprese locali decidano di delocalizzare la produzione trasferendola in Croazia.

Zagabria dovrà poi aspettare almeno due anni prima di poter aderire all’euro, come previsto dai Trattati (necessari, preliminarmente, due anni di adesione al meccanismo europeo di cambio). Ingresso nell’eurozona che pertanto potrà avvenire solo nel 2016, ma che Zagabria vuole fortemente, come ha evidenziato di recente il governatore della Banca Centrale croata, Boris Vujicic. “L’unico inconveniente sarebbe la perdita della sovranità monetaria, che però abbiamo già perso a causa delle enormi quantità di euro che circolano in Croazia per via del turismo e del sistema bancario croato” ha detto, prima di lanciarsi in una citazione di “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan per cercare di chiarire il concetto e i suoi gusti musicali “When you got nothing, you got nothing to lose“.

Tanti i complimenti alla Croazia insomma, che secondo Šefčovič rappresenta “un modello per tutti gli altri Stati balcanici che aspirano ad entrare nell’UE”, ma il percorso non sembra finito. La Serbia, che aspira a seguirne le orme, guarda da vicino. In un periodo in cui le discussioni sull’UE sono ricorrenti, si tratta di atteggiamenti che dovrebbero far riflettere: c’è ancora chi è disposto a fare sacrifici per l’Europa.

(Foto: Wikimedia Commons)

 

 

 

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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