lunedì , 19 febbraio 2018
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La dimensione esterna della politica comune della pesca: verso una pesca europea sostenibile?

Martedì 28 gennaio il Consiglio dei Ministri della Pesca dell’UE e il Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo politico sugli aspetti essenziali della proposta di regolamento relativo al Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).

L’accordo rappresenta un passo importante verso l’adozione del Fondo, che supporterà l’attuazione della riforma della Politica Comune della Pesca (PCP). La riforma, in vigore dal 1 gennaio, affronta in maniera complessiva la necessità di una gestione sostenibile della pesca: da una parte, mira a preservare la sostenibilità degli stock ittici; dall’altra vuole evitare che gli accordi di Partenariato con i Paesi terzi abbiano un impatto negativo sulle condizioni di vita delle comunità locali.

Secondo la FAO, quasi la metà degli stock ittici mondiali sono ‘sovrasfruttati’ e il 30% sono eccessivamente sfruttati, impoveriti o in recupero da esaurimento. L’UE è di gran lunga il primo importatore mondiale di prodotti ittici. I trend degli ultimi 20 anni mostrano un consumo interno in costante crescita ed una produzione domestica stagnante. La negoziazione di accordi di accesso con i Paesi in via di sviluppo e ingenti sussidi hanno permesso ai pescherecci europei di esplorare e sfruttare nuove risorse, specialmente lungo le costiere tropicali dei Paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico). Le flotte europee sono state criticate pesantemente per aver contribuito alla pesca eccessiva e per aver generato una competizione sleale con i settori locali.

La riforma della PCP si pone a garanzia contro la grave minaccia che l’espansione e l’intensificazione dei livelli di sfruttamento costituiscono per la biodiversità marina e il funzionamento degli ecosistemi. Sono stati compiuti notevoli progressi per tradurre gli impegni internazionali in pratiche concrete, nonostante la difficoltà nel bilanciare le diverse esigenze e gli interessi in gioco. L’accordo Parlamento-Consiglio include diverse misure positive, tra cui maggiori risorse a disposizione degli Stati membri per la raccolta dati ed il miglioramento dei controlli e dell’applicazione delle normative. Il compromesso prevede tuttavia la concessione di aiuti per l’arresto temporaneo delle attività di pesca e l’ammodernamento dei pescherecci. In passato, le sovvenzioni hanno comportato un aumento significativo della capacità di pesca, già troppo elevata rispetto alle risorse ittiche disponibili.

Garantire la Coerenza delle Politiche per lo Sviluppo (CPS) è l’altra grande sfida della riforma. Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la CPS costituisce un obbligo giuridico per far sì che tutte le politiche dell’UE sostengano le esigenze di sviluppo dei Paesi terzi, o perlomeno non contrastino con l’obiettivo dell’eradicazione della povertà. Nei Paesi in via di sviluppo quasi 30 milioni di persone dipendono direttamente dal settore della pesca per il loro sostentamento, e altri 10 milioni sono impiegati nell’acquacoltura. La pesca costituisce un generatore rilevante di reddito, fonte di occupazione e fornitore di sicurezza alimentare ed è dunque fondamentale per attuare strategie efficaci di riduzione della povertà. Attualmente l’UE dispone di 21 partenariati bilaterali che, pur contenendo disposizioni per stabilire joint venture con operatori locali, contribuiscono solo marginalmente allo sviluppo locale a causa di una infrastruttura povera e un difficile clima per gli investimenti.

La riforma include un nuovo modello di Partenariato Bilaterale Sostenibile che aumenti le sinergie tra gli accordi di pesca e le politiche di sviluppo, in particolare attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo. I pescherecci europei potranno cacciare solo surplus individuati scientificamente. Inoltre, il sostegno finanziario per la gestione del settore sarà scollegato dal pagamento dei diritti di pesca.

Il protocollo operativo relativo all’accordo bilaterale con la Mauritania riflette il nuovo approccio verso una pesca sostenibile. Il protocollo esclude l’accesso alla pesca locale di polpo in quanto risorsa ‘sovrasfruttata’. È prevista inoltre una diminuzione delle dimensioni delle zone di pesca accessibili alle varie flotte europee, nonché maggiori costi per l’UE e per gli armatori. Le importanti novità incluse in tale accordo hanno spinto in questi giorni il vicino Senegal a riattivare il dialogo con l’UE nel settore ittico, dialogo chiuso dal 2006.

In foto, pescherecci nel porto di Whitby, Gran Bretagna (Foto: Michael Jagger – Wikimedia Commons) 

L' Autore - Redazione Europae

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