martedì , 14 agosto 2018
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La Francia interventista, isolata e divisa

L’appello rivolto da François Hollande martedì 3 settembre, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente tedesco Gauck, affinché i governi dell’UE elaborino una posizione condivisa riguardo la crisi siriana, appare come nient’altro che la constatazione disillusa della totale assenza di una politica estera comune dei 28, anche di fronte ad una delle crisi più cariche di implicazioni globali dell’epoca post-guerra fredda.

D’altronde, che gli Stati membri dell’UE fossero divisi sulla questione siriana era stato evidente fin da prima che la sua urgenza in termini di politica estera venisse esasperata dalla comparsa delle armi chimiche sullo scenario del conflitto, con ciò che ne consegue per la “red line” di Obama. Uno dei termini di disaccordo maggiore era stata la decisione in merito al rinnovo dell’embargo sulla fornitura di armi alla Siria, dopo la sua scadenza a maggio 2013: tale rinnovo, che avrebbe richiesto un accordo unanime, era stato in definitiva bloccato da Francia e Gran Bretagna, sostenitrici della necessità di armare l’opposizione (proposito non condiviso da tutti gli Stati membri, ed anzi aspramente criticato da Austria, Svezia, Repubblica Ceca).

Francia e Gran Bretagna sono rimaste unite e, a differenza dei membri tradizionalmente “pacifisti”, dopo gli eventi del 21 agosto, hanno dichiarato la volontà di supportare un eventuale intervento militare statunitense. Ma il fronte interventista di Hollande e Cameron si è sbriciolato con la marcia indietro obbligata di quest’ultimo, a seguito della bocciatura parlamentare della mozione di guerra presentata dal premier il 30 agosto. La Francia è dunque rimasta isolata, unico membro dell’UE pronto ad intervenire militarmente.

L’isolamento a livello europeo non è però l’unica difficoltà per Hollande, che si trova infatti ad affrontare rilevanti divisioni politiche interne. Seguendo a ruota la decisione di Obama di interpellare il Congresso in merito all’intervento, i parlamentari francesi dell’UDI e dell’UMP esigono che, seppur la Costituzione francese non lo obblighi a farlo, il Presidente sottoponga ad un voto qualsiasi decisione di intervenire in assenza di un esplicito mandato delle Nazioni Unite.

In questo contesto, mercoledì 4 settembre il Primo Ministro francese Jean-Marc Ayrault ha sondato gli umori dell’Assemblea Nazionale presentando la proposta di un intervento militare in Siria: il discorso di Ayrault, apertosi con un riferimento all’imminente centenario dell’inizio della prima guerra mondiale (conflitto tristemente noto, tra le altre cose, per l’utilizzo massiccio delle armi chimiche) e l’esigenza storica di progredire anziché “tornare indietro”, ha fatto appello alle responsabilità della Francia, e, pur definendo il beneplacito ONU “desiderabile”, ha riconosciuto, in un’ottica realista, l’impossibilità di vincolare ogni scelta politica al potere di veto di Cina e Russia.

A prendere la parola subito dopo Ayrault è stato il capogruppo dei deputati UMP Christian Jacob, che ha espresso l’opposizione del suo partito a un intervento senza mandato ONU, peraltro facendo riferimento, oltre che a Chirac e al dibattito del 2003 sulla guerra in Iraq, all’“impasse diplomatica e militare” dell’UE, non mancando di attribuire ad Hollande l’incapacità di promuovere la creazione di un consenso europeo in merito. La posizione dell’UMP è stata condivisa anche dai centristi dell’UDI, con Jean-Louis Borloo che ha sottolineato l’esigenza di subordinare ogni intervento alla creazione di una coalizione comprendente Stati europei ed arabi. Estremamente critico anche il Front de Gauche, per non parlare del Front National di Marine Le Pen, che ha persino accusato il governo di “fabbricare le prove” a sostegno dell’intervento. Con i Verdi divisi, gli unici sostenitori convinti (pur con alcuni franchi tiratori) di Hollande restano i socialisti del PS, in rappresentanza dei quali Bruno Le Roux ha dichiarato che la decisione in merito a questioni internazionali non devono essere contaminate da dinamiche di politica puramente interna ed il dibattito sulle procedure (in questo caso sul ruolo del Parlamento) non può sostituire quello sulla sostanza. Inoltre, ha significativamente rimarcato la convinzione che la Francia non può che giocare il suo ruolo internazionale, senza essere il rimorchio di alcun attore esterno.

In foto: il Primo Ministro Jean-Marc Ayrault incontra i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale per discutere di un intervento in Siria, lunedì 2 settembre (Foto: Gouvernement Français).

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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